Documenti di solidarietà al collettivo

Caminera noa

SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI DI ORISTANO SOTTO PROCESSO

Caminera Noa esprime massima solidarietà ai compagni del Collettivo Furia Rossa di Oristano che il 12 Febbraio verranno processati presso il Tribunale di Oristano per aver criticato l’operato della polizia durante uno sfratto.

Il 22 Gennaio 2015 ad Arborea ci fu il violento sfratto di una famiglia di agricoltori; dopo mesi di resistenza allo sfratto grazie alla solidarietà di tanti sardi, la polizia decise di agire con l’utilizzo di un numero spropositato e indefinito di agenti anti-sommossa. In quell’occasione è comparso sul blog “lafuriarossa.noblogs.org” un articolo (tuttora sequestrato dalla magistratura) in cui si denunciavano i fatti della giornata e si accusavano i vertici della Questura oristanese di aver esercitato “violenza di stato” e i celerini venivano definiti “canis de isterzu”.
Tanto è bastato per far partire una querela contro i membri del collettivo – denunciati dall’ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto (lo stesso che in tv affermò a più riprese che in Sardegna c’è “un’innegabile cultura del coltello”), dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e da un altro membro della Digos cittadina – e oggi sul banco degli imputati per concorso formale nel reato di diffamazione (art. 595, comma 3 del codice penale), nonostante due precedenti richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Come se non bastasse in questi giorni i poliziotti si sono costituiti parte civile chiedendo una condanna a 220.000€ per i tre giovani compagni, “per l’ingente danno morale, per le gravi offese alla reputazione, alla dignità personale e per l’ingente danno esistenziale e di immagine” loro causato.

Questo fatto è un chiaro indice dei tempi bui che stiamo attraversando, fatto di atti repressivi contro gli indipendentisti e contro le forze che partecipano ai conflitti sociali in Sardegna e in Italia; ma ciò che è accaduto a Oristano ci preoccupa in modo particolare, perché quando anche la libertà di pensiero e la banale critica politica – che pensavamo intoccabili – è messa sotto attacco in questo modo e la si affronta con il codice penale, siamo in pericolo tutti e questo può essere un precedente che non siamo disposti ad accettare.

Per questo ribadiamo la nostra solidarietà ai compagni oristanesi e ci auguriamo la piena assoluzione da ogni accusa.

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C4 Combat Rock

Circa 2 anni fa suonavamo a un piccolo evento organizzato e promosso in maniera totalmente indipendente dai compagni del Collettivo Furia Rossa-Oristano. Oggi quegli stessi compagni si trovano sotto processo per diffamazione, accusati dello stesso ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto.  Continue reading

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LA LUNGA MANO DELLA LEGA SULLA LOTTA DEI PASTORI

I tumulti nel mondo della pastorizia sarda si intrecceranno inevitabilmente con le ultime settimane di campagna elettorale per la Regione e c’è un partito che ha una carta pesante da giocare: la Lega che controlla il ministero dell’Agricoltura. Ieri il ministro Centinaio lo ha annunciato: «A giorni sarò in Sardegna» e fin qui nulla di strano, il ministro dell’Agricoltura in carica non può far finta che non stia succedendo nulla. Probabilmente però Centinaio arriverà sbandierando la soluzione definitiva all’ormai decennale problema del prezzo del latte ovino, e qua sorge il problema.

Chiunque conosca la situazione del settore ovino dell’isola, sa che il problema del latte pagato pochi spiccioli è strutturale e non può essere risolto in qualche giorno. Ciò che bisogna fare adesso è risolvere l’emergenza. Come? Non lo sappiamo ma permetteteci di dire, associandoci a molti altri, che contributi e sussidi non ci disgustano, considerando che lo stato paga ogni giorno milioni di euro in contributi e sussidi a qualsiasi tipo di industria. Sul piano strutturale, beh, noi la nostra la abbiamo detta: solo una Sardegna libera e non capitalista è in grado di garantire un trattamento dignitoso ai lavoratori, pastori compresi.

Tornando al discorso Lega, però, è inevitabile che una forza politica che ha compiuto un tale investimento sulla politica sarda punti alla strumentalizzazione di quello che sta accadendo questi giorni. Che la Lega sia al ministero dell’Agricoltura non è certo un caso: il settore agricolo nel Nord Italia muove fatturati da milioni e milioni di euro e, contestualmente, muove milioni di voti. Nel 2018 è poi arrivata la svolta di Coldiretti, la principale associazione di categoria degli agricoltori italiani, che, dopo aver sostenuto per qualche anno il Pd di Renzi – promuovendo il Sì al referendum costituzionale – è passata, armi e bagagli, nel campo di Salvini, che dal canto suo ha sposato le principali rivendicazioni dell’associazione di categoria giallo-verde (ah, i casi della vita!).

L’impressione che si ha da fuori, rispetto a quello che sta succedendo nel mondo dei pastori, è che c’è un forte rimescolamento delle carte, con il Movimento Pastori Sardi che è stato colto di sorpresa dalle esplosioni di rabbia degli ultimi giorni. Insomma, se c’è un movimento spontaneo di rabbia popolare, come sembrerebbe che stia succedendo nel mondo dei pastori, qualcuno cercherà sicuramente di sovradeterminarlo e questo è quello che, probabilmente, i settori più vicini alla Lega cercheranno di fare nei prossimi giorni. L’MPS, che da settimane dice chiaro e forte che non appoggerà nessun partito, ha parato il colpo, con un bel comunicato in cui non prende le distanze da quanto successo nelle strade e chiama i pastori all’unità e alla lotta senza bandiere (e senza quartiere). La prossima settimana è molto probabile che si muoveranno altri pezzi nello scacchiere, e mosse pesanti potrebbero arrivare appunto dalla Lega – non da sola, ovviamente, ma supportata da alcune associazioni e settori all’interno del mondo pastorale -, con l’unico obiettivo di capitalizzare la protesta e raccogliere più voti possibili.

La Lega può proporre soluzioni strutturali? Impossibile. Non può perché lei deve fare determinati interessi, quelli che nascono nel Nord dove prende – ancora adesso, nonostante sia diventato un partito italiano – la maggior parte dei suoi voti e la maggior parte dei suoi soldi. È lo stesso discorso per cui è impossibile che la Lega faccia gli interessi dei sardi nell’ambito della Sanità: quanti soldi e quanti voti arrivano agli ex secessionisti padani dal mondo della sanità privata lombarda? Tantissimi. E figuratevi se, in una terra come la nostra, dove la sanità pubblica è stata devastata dalle politiche scellerate del centrosinistra, i big della sanità privata lombarda non sentono il profumo dei soldi!

Il rischio, insomma, è quello che le proteste di questi giorni vengano strumentalizzate e che il mondo dei pastori cada, per l’ennesima volta, nelle trappole elettorali dei partiti italiani e dei loro intermediari sardi. Solo il tempo potrà far capire se questo rischio si concretizzerà o se la lotta dei pastori avrà la maturità per restare libera da condizionamenti esterni e strumentalizzazioni. Cosa possiamo fare noi da fuori? Sostenere, solidarizzare, e, perché no?, provare ad aprire altri fronti.

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LA SFIDA DEI PASTORI, TRA NUOVE FORME DI LOTTA E PROSPETTIVE DI MOVIMENTO

Foto di Sardegnalive

Ieri ad Abbasanta, durante la protesta spontanea dei pastori contro il basso prezzo del latte, c’era un’assenza molto evidente. Mancavano le bandiere blu e gialle che, negli anni scorsi, hanno caratterizzato tutti i momenti di mobilitazione degli allevatori: quelle del Movimento Pastori Sardi. Non stiamo parlando di un’associazione di categoria di quelle che fa sempre il lavoro del pompiere, stiamo parlando di un gruppo che negli anni scorsi ha messo in campo una capacità di mobilitazione che talvolta è stata davvero impressionante. Ieri però l’MPS non c’era, la manifestazione che ha bloccato per ore la statale 131 all’altezza di Abbasanta è nata da una convocazione sviluppatasi sugli smartphone dei pastori nel tardo pomeriggio.  Al di là del significato di questa assenza, non si può negare che questo sia il dato politico più rilevante: ieri in Sardegna abbiamo avuto un assaggio diretto di cosa possano essere le mobilitazioni del XXI secolo. Sorprendenti – perché nessuno se l’aspettava, tantomeno le forze di polizia che in altre occasioni, quando cioè l’MPS minacciava i blocchi stradali, si facevano sempre trovare pronte – diffuse e spesso difficili da controllare per le organizzazioni tradizionali.

Su quei pastori rischia di calare la scure di una repressione giudiziaria e poliziesca che si è rafforzata con i provvedimenti di questo autunno targati Salvini. Questo ci permette di segnare un piccolo promemoria: la Lega è nemica dei sardi e del cambiamento della nostra isola in meglio. Ma ci costringe anche a fare una riflessione: dobbiamo fare di tutto perché la vicenda dei pastori non sia trattata come una semplice questione di ordine pubblico. Si tratta di una questione intrinsecamente politica, ma lo Stato italiano e i suoi servi isolani proveranno ad affrontarla con il codice penale. No. Non possiamo permetterlo. Altro che dispiacere per il latte versato, qua rischiamo di trovare persone con la vita rovinata da processi: persone che lottano per vedere riconosciuto un diritto fondamentale e assoluto, veder pagato il proprio lavoro a un prezzo degno. Come fare? La questione è la stessa di quando sfrattano gli occupanti da una casa o denunciano i lavoratori che fanno un picchetto o i cittadini che occupano un terreno per impedire una speculazione: bisogna politicizzarla. A nessun altro, se non ai pastori, spetta la parola su come portare avanti la lotta per un prezzo giusto del latte. Ma a tutti spetta la parola su come difenderli dall’attacco che fra poco arriverà, perché il loro problema è solo un aspetto di una grande questione più generale.

La questione è che la Sardegna è schiacciata da due enormi macigni: il rapporto coloniale con l’Italia e il capitalismo. Mentre in Europa crescono movimenti che mettono in discussione sia gli stati nazionali ottocenteschi che il capitalismo, qua siamo ancora al palo. In realtà qualcosa si muove, soprattutto sul piano culturale, ma i tempi rischiano di essere davvero stretti. Non è allarmismo: i dati macroeconomici e gli sviluppi della politica europea ed internazionale fanno temere una grossa crisi – politica in primo luogo – in tempi non troppo lunghi e noi rischiamo di essere impreparati.

Quindi ci sono due piani da prendere in considerazione per quanto riguarda le ultime mobilitazioni dei pastori sardi: il primo è quello della lotta dei lavoratori, che nessuno si deve permettere di sovradeterminare. Certo, la si può criticare quando lo si ritiene opportuno e la si deve sostenere, ma il principio deve essere che il modo in cui portare avanti la loro lotta lo decidono i pastori. L’altro piano è quello che ci interessa di più: se consideriamo la società come un campo attraversato da un’infinità di fratture, ogni volta che una si accentua, anche le altre diventano più sensibili. In parole povere, se la protesta dei pastori dovesse allargarsi e svilupparsi nei prossimi giorni, si aprirebbero degli spazi paralleli perché anche altre contraddizioni della società sarda vengano portate vicine al punto di rottura. Attenzione, sia chiaro che nessuno si augura che la questione del prezzo del latte non si risolva, così da alimentare la rabbia dei pastori: si deve risolvere immediatamente. Ma qualsiasi soluzione immediata sarà emergenziale, l’unica risposta strutturale è la duplice liberazione della Sardegna dalle catene coloniali e da quelle del capitalismo.

Ora, c’è un punto interrogativo enorme con cui dobbiamo fare i conti: la capacità di mobilitazione generale dei movimenti sociali sardi. Occupazione militare, contrazione del diritto alla salute, speculazioni energetiche, disoccupazione: le fratture ci sono, questo è fuori discussione, ma siamo in grado di allargarle?

La risposta non si può dare su due piedi, forse è un po’ come nel ciclismo, dove il corridore capisce la sua condizione fisica solo dopo che prova a forzare un po’ il proprio organismo.

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Arriva in Sardegna il ministro dell’Ambiente. Per quanto ancora ci dovete prendere per il culo sul deposito unico delle scorie nucleari?

La campagna elettorale va avanti come sempre, con i classici presunti grandi nomi che arrivano dal continente per sostenere i candidati unionisti. Per i 5 Stelle questo weekend è la volta del ministro dell’Ambiente, il carabiniere Sergio Costa.  Ci chiediamo con che faccia questo signore si presenti qui e fra le tante ragioni ce n’è una in particolare che vogliamo mettere in evidenza: sono anni che aspettiamo la mappa dei luoghi che potrebbero ospitare il deposito unico italiano delle scorie nucleari. Costa qualche mese fa, in una conferenza stampa, ha detto che a suo parere è improbabile che venga scelta la Sardegna. Ma il suo parere, cosa conta? Ben poco, noi vorremmo vederlo scritto sulla carta in maniera definitiva. Invece no, sono anni che i governi italiani temporeggiano nel pubblicare la carta dove verranno indicati i siti che potrebbero ospitare il deposito: indiscrezioni, ipotesi, pareri… tutte cose che non valgono nulla, perché l’unica certezza la avremo solo quando vedremo che in quella mappa la Sardegna non c’è.

Nei fatti, ci troveremo di fronte all’ennesima presa in giro da campagna elettorale. Siamo sicuri che qualche giornalista porrà a Costa la fatidica domanda, ma siamo altrettanto sicuri che la risposta non ci soddisferà neanche un po’. Infatti, è abbastanza improbabile (speriamo di essere smentiti) che Costa mostri le carte e dica: “Ecco la mappa ragazzi: come vedete, la Sardegna non c’è!”.

Giusto per capirci, non è questione di essere NIMBY. La Sardegna sopporta già un peso enorme per quanto riguarda la colonizzazione energetica: una parte consistente dell’elettricità prodotta nell’isola viene esportata in continente e non abbiamo mai tratto alcun vantaggio dalla breve stagione nucleare italiana, quindi non è affar nostro lo smaltimento delle scorie. Caro governo italiano, “aiutatevi a casa vostra” come vi piace tanto dire, e abbiate il coraggio di scrivere nero su bianco, prima delle elezioni regionali, che in Sardegna non ci sarà neanche un metro quadro adibito a deposito di scorie nucleari.

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CI SERVE UN NUOVO STATUTO! PROPOSTA PER UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE DEI SARDI

Nessuna pretesa che questa proposta venga presa in considerazione immediatamente, dato che in molti sono impegnati nelle elezioni. Nessuna pretesa nemmeno che venga accettata senza critiche, che anzi sono ben accette, perché ciò che serve è un dibattito e non basta dire genericamente che bisogna rifare lo statuto, bisogna anche capire con quali modalità. L’unica cosa che conta è parlarne, perché oltre alla sua cronica debolezza, l’autonomia sarda  ha un nuovo problema all’orizzonte: l’autonomia delle regioni del Nord in salsa leghista. E i tempi rischiano di essere stretti.

Durante la campagna elettorale per le Regionali 2019 sentiremo tante belle proposte per risollevare la Sardegna e, per carità, molte di esse avranno un effettivo valore: piccoli o grandi interventi in grado di curare gli aspetti più critici della nostra isola malata. Probabilmente non mancheranno interventi relativi a una delle cause principali della nostra condizione, ossia l’inadeguatezza dello Statuto autonomistico, ma, considerando che non ci sono serie possibilità – grazie a una legge elettorale antidemocratica – di avere un Consiglio Regionale adatto a intervenire su questa materia, si corre il rischio che tali interventi restino confinati all’ambito dei buoni propositi.

Parte consistente e rispettabile della storiografia isolana non ha dubbi nel dipingere la scrittura dello Statuto come un momento fallimentare della storia politica sarda, ai limiti del masochismo. L’errore principale sta alla base: l’Autonomia fu considerata il risarcimento per le morti sarde nella Grande Guerra, non una inevitabile necessità dovuta all’esistenza di innegabili differenze nella storia istituzionale e sociale di Sardegna e Italia, al fatto, insomma, che i sardi fossero un popolo diverso da quello italiano (sempre che ne esista uno). L’altro limite, anche questo fondante, è che lo Statuto, così come è concepito, lega indissolubilmente la crescita economica e morale della Sardegna all’intervento italiano, anzi la subordina all’aiuto continentale. Per carità, la ratio dell’articolo 13 Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola») è anche comprensibile: una legge di rango costituzionale obbligava l’Italia a spendere soldi per risollevare un’isola in condizioni di assoluto declino. Tuttavia è chiaro come – formulato in questi termini, con la Regione che diventa poco più che un aiutante, con un ruolo fortemente limitato nella creazione di questo piano – il risultato sia stato quello di aver sancito nella nostra “costituzione” la sudditanza della Sardegna nei confronti dell’Italia. I risultati dei due piani di rinascita sono lì a dimostrare questo.

A settant’anni di distanza, soprattutto se consideriamo che viviamo in un’epoca in cui è egemone l’ideologia del fare e della supremazia della tecnica sulla riflessione, possono sembrare questioni di lana caprina: meglio intervenire sui trasporti, sull’insularità (qualsiasi cosa voglia dire), etc… In realtà credo non esista una scala di valori: sia gli interventi palliativi – perché di questo si tratta, dal momento che non attaccano la base del problema, ossia la condizione di subordinazione coloniale della Sardegna nei confronti dell’Italia – che quelli che attaccano il problema in sé hanno la loro importanza. Tuttavia non si può negare che l’intervento sullo Statuto, in primo luogo sui principi fondamentali e poi sugli aspetti di carattere tecnico-giuridico, sia una necessità immediata, da perseguire contemporaneamente alle proposte di soluzione dei problemi concreti di quest’isola.

Però c’è un problema, la legge elettorale è talmente antidemocratica, che il Consiglio Regionale che verrà fuori da queste regionali non avrà la benché minima rappresentatività (né l’autorevolezza, figuriamoci!) per riscrivere lo Statuto autonomistico. Qualcuno potrebbe dire: «Abbiamo aspettato 70 anni, aspettiamone altri cinque!». Io non credo sia possibile attendere. In primo luogo non c’è alcun indizio, ora come ora, che lasci credere che alle regionali 2024 le cose debbano andare diversamente da come andranno stavolta. Questa però non è la ragione forte, il vero problema è che la crescita leghista porterà verosimilmente a una riscrittura, in tempi brevi, dell’assetto istituzionale della Repubblica Italiana, con un allargamento dell’autonomia delle regioni a statuto ordinario, magari fino al punto di creare un sistema federale nel quale tutte le regioni sono sullo stesso piano. Al di là delle sirene leghiste (vedi la recente intervista del governatore veneto Luca Zaia sul fare fronte comune con la Sardegna), dovrebbe essere chiaro a tutti che questo scenario è, per la Sardegna, una follia, un massacro. La nostra già debole autonomia, debole per colpa della classe politica sarda del Dopoguerra, diluita in un sistema in cui tutto è sullo stesso piano, non conterebbe più nulla.

Arrivo dunque alla proposta. Considerando che il futuro Consiglio Regionale non avrà né la rappresentatività né l’autorevolezza sufficienti ad affrontare un’opera storica come la riscrittura dello Statuto; considerando inoltre che, visto quel che guadagnano, sarebbe meglio che i consiglieri regionali lavorassero per risolvere i problemi immediati dell’isola; considerando infine che gli scenari relativi al futuro assetto costituzionale della Repubblica Italiana impongono un intervento rapido e deciso del popolo sardo per riscrivere su basi solide e adeguate ai tempi la propria autonomia dall’Italia, prevedendo il proprio diritto ad autodeterminarsi nei modi e nei tempi più opportuni secondo la sua insindacabile volontà; si propone di avviare un percorso finalizzato all’elezione di una Assemblea Costituente, formata su base proporzionale e rispettosa degli interessi territoriali delle varie parti dell’isola, che abbia, come unico compito, quello di redarre il nuovo Statuto autonomistico della Sardegna, da sottoporre poi a referendum confermativo dopo un congruo periodo di riflessione nazionale.

Lasciamo trascorrere le elezioni, ma poi occupiamocene e lavoriamo sul tema Statuto, perché il tempo stringe davvero.

dp

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NESSUNA AUTODETERMINAZIONE PER IL POPOLO SARDO, SENZA L’AUTODETERMINAZIONE DELLE DONNE

Emigrazione e genere, di Marta Meletti

Pubblichiamo con piacere questa riflessione e ne approfittiamo per farvi notare come il ragionamento espresso nell’articolo abbia avuto in questi giorni l’ennesima conferma fattuale: su sette candidati alla presidenza della Regione Sardegna, non c’è neanche una donna.

Cercare di scrivere una riflessione sul fenomeno dell’emigrazione da un punto di vista di genere non è semplice, ed è ancora più difficile farlo attraverso una prospettiva femminista, che implica sempre il partire da sé.

Essendo emigrata per vari anni e poi tornata, ho avuto modo di vivere sia la condizione di chi parte che quella di chi torna, e resta.  Continue reading

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ORISTANO: IL MERCATO È ANCORA CHIUSO, MA I CENTRI COMMERCIALI SPUNTANO COME FUNGHI

Fino agli anni Cinquanta il mercato di Oristano era nella sua piazza centrale, poi si decise che era meglio costruire un obbrobrio architettonico come il SO.TI.CO. Simbolo di una malcompresa volontà modernizzatrice che già, agli inizi del secolo, aveva portato alla distruzione della gran parte dei resti dell’architettura medievale cittadina, questa scelta racconta anche l’evoluzione di una città che ha lentamente, ma inesorabilmente, tagliato i ponti col suo circondario agricolo.

Il nuovo mercato, realizzato contemporaneamente in via Mazzini, è chiuso ormai da anni, per lavori di ristrutturazione che ormai sembrano destinati a durare ancora a lungo. Si lamentano i commercianti, relegati in una struttura più piccola, meno centrale e con meno comfort, e che riesce sempre di meno a reggere la concorrenza dei supermercati che stanno spuntando un po’ ovunque in città.

Già, perché il contraltare della svalorizzazione del mercato civico è la diffusione inaudita di

L’ingresso posteriore del mercato civico. Foto tratta dal sito del Comune di Oristano.

punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata: è appena terminata la costruzione del nuovo centro commerciale di Pratz’e Bois, quando spunta fuori un progetto per una lottizzazione commerciale in via Vandalino Casu, verso Fenosu. Conosciamo bene il corollario che accompagna la nascita di questi spazi: contratti a termine, orari che non lasciano tempo libero ai dipendenti, aumento dell’inquinamento (tra imballaggi di plastica e necessità di trasportare le merci su gomma per lunghissimi tratti), devastazione del tessuto produttivo locale specializzato nell’agricoltura e nella produzione alimentare.

C’è una bella differenza tra il commercio fatto dalla GDO, che punta esclusivamnte al profitto, e quello dei negozi di piccola e media dimensione, a gestione locale. In questa condizione perdurante di crisi economica, pensiamo sia assurdo pretendere che i cittadini autoregolino eticamente le proprie scelte di acquisto. Le istituzioni devono sostenere i piccoli produttori, i mercati e piccoli e medi negozi e, ovviamente, i cittadini che, altrimenti, non potranno fare altro che andare a comprare dove i prezzi sono più bassi. Questa situazione è influenzata dalle azioni praticabili su più piani politici, dal livello globale fino a quello locale. Per questo pensiamo che anche le amministrazioni comunali possano lavorare in questa direzione. Certamente non lo hanno fatto le ultime due amministrazioni oristanesi, quella di centrosinistra e quella di centrodestra, la prima troppo occupata a sostenere progetti speculativi esterni come il termodinamico di San Quirico e il campo da golf di Torregrande, la seconda impantanata in un’inattività amministrativa che dura ormai da un anno e mezzo.

Sbloccare la situazione del mercato civico è un’esigenza fondamentale della città, ma serve anche altro. Serve la volontà di costruire una vera rete con il circondario, di smetterla di puntare alla creazione di posti di lavoro precari e di pensare piuttosto alla costruzione di un reale modello alternativo a quello odierno. Oristano ha il 44% di disoccupazione giovanile, non saranno 100 posti in un albergo o 15 in un nuovo supermercato a invertire la rotta di una città che va spedita verso l’autodistruzione. Serve un programma di valorizzazione e difesa del territorio, capace di costruire una ricchezza collettiva che sia in armonia con l’ambiente e con i diritti sociali.

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FERMATO (PER ORA) IL PROGETTO DEL TERMODINAMICO A SAN QUIRICO

I partecipanti all’assemblea del 10 febbraio 2015 contro il termodinamico di San Quirico

La notizia è di qualche giorno fa: il progetto, della bolzanese Solar Power, per la costruzione di una centrale di produzione energetica mista termodinamico/biomasse nei terreni della borgata agricola di San Quirico, tra Oristano e Palmas Arborea, è stato bloccato dagli uffici regionali. L’azienda non era effettivamente in possesso di di tutti i terreni coinvolti nel progetto, questa la motivazione dello stop. In tanti si stanno attribuendo in questi giorni parte del merito ed effettivamente in tanti hanno contribuito: noi però crediamo fermamente che il primo e principale ringraziamento debba essere rivolto ai membri del Comitato per la Salute e la Qualità della vita di San Quirico e Tiria, che hanno lottato instancabilmente per anni contro un progetto i cui risvolti politici – e forse anche giudiziari – non sono ancora del tutto chiari. La Furia Rossa denunciò mesi fa l’esistenza di sostenitori occulti all’interno della classe politica regionale e locale, persone che sostenevano il progetto senza però esporsi direttamente. La guerra, spiegano i membri del comitato, non è ancora finita, ma quella messa a segno nei giorni scorsi potrebbe essere una vittoria decisiva.

Quasi quattro anni fa, il 10 febbraio 2015, il nostro collettivo organizzò insieme ai membri del comitato una delle primissime iniziative pubbliche contro il progetto. All’assemblea presero parte poco meno di cento persone, riempiendo la sala CPS del Liceo Classico De Castro. Slogan dell’assemblea una frase dal significato molto preciso: IL POPOLO DECIDE, IL SINDACO FIRMA. Altri tempi, forse, ma quella sala piena è la dimostrazione che anche a Oristano le persone si muovono, se si lavora bene.

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No ai trofei, rispetto dei diritti*

Pubblichiamo di seguito un intervento di Rosaria Manconi, avvocatessa del nostro Collettivo nonché Presidente della Camera Penale di Oristano sulla vicenda Battisti e la spettacolarizzazione della sua cattura.

immagine del collettivo Militant (www.militant-blog.org)

Prima di fare ingresso nella struttura di massima sicurezza che lo custodirà probabilmente per il resto della sua vita abbiamo visto Cesare Battisti sfilare tra ali di folla esultante e primi ministri in divisa gongolanti per il nuovo trofeo, frutto della fortunata operazione politico/mediatica destinata alla raccolta di ulteriori consensi.
Prima ancora abbiamo visto Battisti in Bolivia, in manette, nei momenti immediatamente successivi al suo arresto, sull’aereo di Stato che lo riportava in Italia, scendere le scalette, sottoporsi alle procedure di identificazione ed infine in quel video diffuso sui media in cui, in posa rassegnata, stretto fra gli Agenti della Polizia penitenziaria, mostrava il volto della resa incondizionata e senza speranza.
Immagini che non avremmo voluto vedere se è vero che la privazione della libertà deve sempre eseguirsi in condizioni che assicurino il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali, senza che si possa aggiungere umiliazione alla pena che l’individuo, in condizione di vulnerabilità per il fatto stesso di essere privato della libertà, andrà a scontare.
L’esigenza di sicurezza e la necessità di garantire il rispetto della legge e delle sentenze, infatti non può, mai, in nessun caso, fare perdere di vista il rispetto dei diritti fondamentali.
Si intravede, viceversa, nelle immagini successive alla cattura di Battisti una inutile esibizione di forza ed una evidente strumentalizzazione dell’individuo per fini meramente propagandistici e di generale politica criminale tesa quest’ultima ad appagare veri o presunti – o, peggio alimentati- bisogni collettivi di stabilità e sicurezza .
Non potendosi, dopo oltre quarant’anni dalla commissione del reato, ragionevolmente invocare la funzione rieducativa della pena, è alla pura afflizione che tende questa operazione.
Nelle espressioni del Ministro che assicura: “l’assassino marcirà in galera” ritroviamo, in tutta la sua triste verità, un concetto di carcere come luogo di espiazione della pena senza speranza, l’aspirazione alla esclusione del condannato dal consorzio umano.
Il carcere come discarica sociale, come risposta mediatica ai bisogni di protezione, come luogo in cui canalizzare le ansie collettive.
Tra qualche giorno, cessato il clamore mediatico, calerà il silenzio sul suo arresto e Cesare Battisti tornerà ad essere uno dei tanti detenuti in espiazione di una pena senza fine, senza benefici, in isolamento, in una struttura carceraria di alta sicurezza e tutti potremo nuovamente sentirci sollevati. in attesa di vivere un altro “giorno felice”.

* pubblicato anche su La Nuova Sardegna, 17 Gennaio 2019

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La geometria non è una opinione

Salvini e i suoi segugi parlano di bagno di folla, qualche testata parla di 5 mila persone ad assistere al suo comizio. Ma la geometria, si sa, è materia spigolosa ed è difficile forzarla oltre certi limiti. L’area interessata dagli spettatori del suo patetico comizio, convinti che le case popolari di Oristano siano piene di immigrati e non piuttosto di redditi zero con la Porsche, andava più o meno dall’ufficio turismo della Provincia fino all’Ottico. Un’area che abbiamo calcolato, attraverso il sito acme.com/planimeter, essere vasta 378 metri quadri. Il calcolo è fatto a spanne, allora arrotondiamo per eccesso: 400 mq. Bene, davanti nelle prime file c’era una densità particolarmente alta, facciamo 5 persone per metro quadro; più ci si allontanava più la densità diminuiva e nelle ultime file possiamo ipotizzare una densità di 2 persone per metro quadro. 3,5 persone per metro quadro in media quindi, il che ci darebbe una presenza di 1400 persone. Un calcolo generoso, se pensiamo che tantissimi erano poliziotti e carabinieri. Nelle foto di Salvini e in quelle realizzate dal palco, la prospettiva fa credere che le persone arrivassero fino alla scalinata del Municipio. Ma, come dimostra la seconda foto, la folla si interrompeva all’altezza dell’ottico e c’erano solo gruppetti sparsi con altre trenta/quaranta persone sulle scale. Perché questo discorso? Perché Salvini sicuramente ha un grosso seguito, ma c’è una bella differenza tra 5000 persone e 1500. Quando dieci anni fa ci fu la visita di Berlusconi a sostegno di Angela Nonnis si videro molte persone in più, forse davvero sulle 5 mila. I tempi sono cambiati e, nonostante i media diano un enorme risalto alle posizioni di questo scellerato, è molta di più la gente che non si schiera e con cui bisogna parlare. Nelle prossime settimane, magari, proviamo a incontrarci e fare qualcosa. Bacioni Matteo.

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