ORISTANO: IL MERCATO È ANCORA CHIUSO, MA I CENTRI COMMERCIALI SPUNTANO COME FUNGHI

Fino agli anni Cinquanta il mercato di Oristano era nella sua piazza centrale, poi si decise che era meglio costruire un obbrobrio architettonico come il SO.TI.CO. Simbolo di una malcompresa volontà modernizzatrice che già, agli inizi del secolo, aveva portato alla distruzione della gran parte dei resti dell’architettura medievale cittadina, questa scelta racconta anche l’evoluzione di una città che ha lentamente, ma inesorabilmente, tagliato i ponti col suo circondario agricolo.

Il nuovo mercato, realizzato contemporaneamente in via Mazzini, è chiuso ormai da anni, per lavori di ristrutturazione che ormai sembrano destinati a durare ancora a lungo. Si lamentano i commercianti, relegati in una struttura più piccola, meno centrale e con meno comfort, e che riesce sempre di meno a reggere la concorrenza dei supermercati che stanno spuntando un po’ ovunque in città.

Già, perché il contraltare della svalorizzazione del mercato civico è la diffusione inaudita di

L’ingresso posteriore del mercato civico. Foto tratta dal sito del Comune di Oristano.

punti vendita della Grande Distribuzione Organizzata: è appena terminata la costruzione del nuovo centro commerciale di Pratz’e Bois, quando spunta fuori un progetto per una lottizzazione commerciale in via Vandalino Casu, verso Fenosu. Conosciamo bene il corollario che accompagna la nascita di questi spazi: contratti a termine, orari che non lasciano tempo libero ai dipendenti, aumento dell’inquinamento (tra imballaggi di plastica e necessità di trasportare le merci su gomma per lunghissimi tratti), devastazione del tessuto produttivo locale specializzato nell’agricoltura e nella produzione alimentare.

C’è una bella differenza tra il commercio fatto dalla GDO, che punta esclusivamnte al profitto, e quello dei negozi di piccola e media dimensione, a gestione locale. In questa condizione perdurante di crisi economica, pensiamo sia assurdo pretendere che i cittadini autoregolino eticamente le proprie scelte di acquisto. Le istituzioni devono sostenere i piccoli produttori, i mercati e piccoli e medi negozi e, ovviamente, i cittadini che, altrimenti, non potranno fare altro che andare a comprare dove i prezzi sono più bassi. Questa situazione è influenzata dalle azioni praticabili su più piani politici, dal livello globale fino a quello locale. Per questo pensiamo che anche le amministrazioni comunali possano lavorare in questa direzione. Certamente non lo hanno fatto le ultime due amministrazioni oristanesi, quella di centrosinistra e quella di centrodestra, la prima troppo occupata a sostenere progetti speculativi esterni come il termodinamico di San Quirico e il campo da golf di Torregrande, la seconda impantanata in un’inattività amministrativa che dura ormai da un anno e mezzo.

Sbloccare la situazione del mercato civico è un’esigenza fondamentale della città, ma serve anche altro. Serve la volontà di costruire una vera rete con il circondario, di smetterla di puntare alla creazione di posti di lavoro precari e di pensare piuttosto alla costruzione di un reale modello alternativo a quello odierno. Oristano ha il 44% di disoccupazione giovanile, non saranno 100 posti in un albergo o 15 in un nuovo supermercato a invertire la rotta di una città che va spedita verso l’autodistruzione. Serve un programma di valorizzazione e difesa del territorio, capace di costruire una ricchezza collettiva che sia in armonia con l’ambiente e con i diritti sociali.

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FERMATO (PER ORA) IL PROGETTO DEL TERMODINAMICO A SAN QUIRICO

I partecipanti all’assemblea del 10 febbraio 2015 contro il termodinamico di San Quirico

La notizia è di qualche giorno fa: il progetto, della bolzanese Solar Power, per la costruzione di una centrale di produzione energetica mista termodinamico/biomasse nei terreni della borgata agricola di San Quirico, tra Oristano e Palmas Arborea, è stato bloccato dagli uffici regionali. L’azienda non era effettivamente in possesso di di tutti i terreni coinvolti nel progetto, questa la motivazione dello stop. In tanti si stanno attribuendo in questi giorni parte del merito ed effettivamente in tanti hanno contribuito: noi però crediamo fermamente che il primo e principale ringraziamento debba essere rivolto ai membri del Comitato per la Salute e la Qualità della vita di San Quirico e Tiria, che hanno lottato instancabilmente per anni contro un progetto i cui risvolti politici – e forse anche giudiziari – non sono ancora del tutto chiari. La Furia Rossa denunciò mesi fa l’esistenza di sostenitori occulti all’interno della classe politica regionale e locale, persone che sostenevano il progetto senza però esporsi direttamente. La guerra, spiegano i membri del comitato, non è ancora finita, ma quella messa a segno nei giorni scorsi potrebbe essere una vittoria decisiva.

Quasi quattro anni fa, il 10 febbraio 2015, il nostro collettivo organizzò insieme ai membri del comitato una delle primissime iniziative pubbliche contro il progetto. All’assemblea presero parte poco meno di cento persone, riempiendo la sala CPS del Liceo Classico De Castro. Slogan dell’assemblea una frase dal significato molto preciso: IL POPOLO DECIDE, IL SINDACO FIRMA. Altri tempi, forse, ma quella sala piena è la dimostrazione che anche a Oristano le persone si muovono, se si lavora bene.

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No ai trofei, rispetto dei diritti*

Pubblichiamo di seguito un intervento di Rosaria Manconi, avvocatessa del nostro Collettivo nonché Presidente della Camera Penale di Oristano sulla vicenda Battisti e la spettacolarizzazione della sua cattura.

immagine del collettivo Militant (www.militant-blog.org)

Prima di fare ingresso nella struttura di massima sicurezza che lo custodirà probabilmente per il resto della sua vita abbiamo visto Cesare Battisti sfilare tra ali di folla esultante e primi ministri in divisa gongolanti per il nuovo trofeo, frutto della fortunata operazione politico/mediatica destinata alla raccolta di ulteriori consensi.
Prima ancora abbiamo visto Battisti in Bolivia, in manette, nei momenti immediatamente successivi al suo arresto, sull’aereo di Stato che lo riportava in Italia, scendere le scalette, sottoporsi alle procedure di identificazione ed infine in quel video diffuso sui media in cui, in posa rassegnata, stretto fra gli Agenti della Polizia penitenziaria, mostrava il volto della resa incondizionata e senza speranza.
Immagini che non avremmo voluto vedere se è vero che la privazione della libertà deve sempre eseguirsi in condizioni che assicurino il rispetto della dignità umana e dei diritti fondamentali, senza che si possa aggiungere umiliazione alla pena che l’individuo, in condizione di vulnerabilità per il fatto stesso di essere privato della libertà, andrà a scontare.
L’esigenza di sicurezza e la necessità di garantire il rispetto della legge e delle sentenze, infatti non può, mai, in nessun caso, fare perdere di vista il rispetto dei diritti fondamentali.
Si intravede, viceversa, nelle immagini successive alla cattura di Battisti una inutile esibizione di forza ed una evidente strumentalizzazione dell’individuo per fini meramente propagandistici e di generale politica criminale tesa quest’ultima ad appagare veri o presunti – o, peggio alimentati- bisogni collettivi di stabilità e sicurezza .
Non potendosi, dopo oltre quarant’anni dalla commissione del reato, ragionevolmente invocare la funzione rieducativa della pena, è alla pura afflizione che tende questa operazione.
Nelle espressioni del Ministro che assicura: “l’assassino marcirà in galera” ritroviamo, in tutta la sua triste verità, un concetto di carcere come luogo di espiazione della pena senza speranza, l’aspirazione alla esclusione del condannato dal consorzio umano.
Il carcere come discarica sociale, come risposta mediatica ai bisogni di protezione, come luogo in cui canalizzare le ansie collettive.
Tra qualche giorno, cessato il clamore mediatico, calerà il silenzio sul suo arresto e Cesare Battisti tornerà ad essere uno dei tanti detenuti in espiazione di una pena senza fine, senza benefici, in isolamento, in una struttura carceraria di alta sicurezza e tutti potremo nuovamente sentirci sollevati. in attesa di vivere un altro “giorno felice”.

* pubblicato anche su La Nuova Sardegna, 17 Gennaio 2019

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La geometria non è una opinione

Salvini e i suoi segugi parlano di bagno di folla, qualche testata parla di 5 mila persone ad assistere al suo comizio. Ma la geometria, si sa, è materia spigolosa ed è difficile forzarla oltre certi limiti. L’area interessata dagli spettatori del suo patetico comizio, convinti che le case popolari di Oristano siano piene di immigrati e non piuttosto di redditi zero con la Porsche, andava più o meno dall’ufficio turismo della Provincia fino all’Ottico. Un’area che abbiamo calcolato, attraverso il sito acme.com/planimeter, essere vasta 378 metri quadri. Il calcolo è fatto a spanne, allora arrotondiamo per eccesso: 400 mq. Bene, davanti nelle prime file c’era una densità particolarmente alta, facciamo 5 persone per metro quadro; più ci si allontanava più la densità diminuiva e nelle ultime file possiamo ipotizzare una densità di 2 persone per metro quadro. 3,5 persone per metro quadro in media quindi, il che ci darebbe una presenza di 1400 persone. Un calcolo generoso, se pensiamo che tantissimi erano poliziotti e carabinieri. Nelle foto di Salvini e in quelle realizzate dal palco, la prospettiva fa credere che le persone arrivassero fino alla scalinata del Municipio. Ma, come dimostra la seconda foto, la folla si interrompeva all’altezza dell’ottico e c’erano solo gruppetti sparsi con altre trenta/quaranta persone sulle scale. Perché questo discorso? Perché Salvini sicuramente ha un grosso seguito, ma c’è una bella differenza tra 5000 persone e 1500. Quando dieci anni fa ci fu la visita di Berlusconi a sostegno di Angela Nonnis si videro molte persone in più, forse davvero sulle 5 mila. I tempi sono cambiati e, nonostante i media diano un enorme risalto alle posizioni di questo scellerato, è molta di più la gente che non si schiera e con cui bisogna parlare. Nelle prossime settimane, magari, proviamo a incontrarci e fare qualcosa. Bacioni Matteo.

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La Grande Guerra vista dalla Sardegna: appunti per una contronarrazione

Con grande piacere pubblichiamo il link all’opuscolo che abbiamo realizzato come continuazione scritta del dibattito che si è tenuto il 7 settembre a Oristano, in occasione dell’incontro Totu un’àtera storia.

Dal link potete scaricare l’opuscolo di venti pagine e vi invitiamo a usarlo e diffonderlo liberamente, possibilmente citando la fonte. Troverete tre articoli, che non puntano a dare una lettura scientifica di quel periodo storico, ma cercano comunque di fornire alcuni spunti interpretativi utili per il dibattito su cosa è stato e cosa è ancora oggi il mito della Prima guerra mondiale in Sardegna.

Ecco un piccolo estratto, proveniente dall’articolo firmato da Omar Onnis:


“Lo choc e l’orrore che i nostri nonni e bisnonni dovettero sopportare tra 1915 e 1918, tra il Carso, il Piave e l’Altopiano di Asiago, erano indicibili, troppo duri da cancellare ma ancora più duri da rievocare. Chiunque abbia avuto in casa un ex sassarino della Grande Guerra questo lo sa.

Al di là della patina retorica, i fatti furono allora decisamente molto meno esaltanti e poetici di come ci piace ripensarli adesso.

La leva obbligatoria che toglieva braccia preziose alle famiglie, il trauma del viaggio in piroscafo e in treno fino al fronte, la demenzialità ottusa della guerra di trincea, la perdita drammatica, violenta, di parenti, amici, compagni, potevano essere compensati solo in scarsa misura dallo spirito di corpo e dal senso di emulazione”


Da qui potete leggere l’opuscolo e scaricarlo:
La Grande Guerra vista dalla Sardegna: appunti per un contronarrazione

 

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Proiezione “Sulla mia pelle” a Oristano

***AGGIORNAMENTO: NECESSARIA PRENOTAZIONE”
Davvero tanta gente si è mostrata interessata alla proiezione del film su Stefano Cucchi. La sala del Centro Servizi Culturali è grande, ma può contenere al massimo 99 persone. Per questo vi chiediamo di darci conferma della vostra effettiva partecipazione con un messaggio privato alla pagina del Collettivo Furia Rossa entro la mezzanotte di domenica 28 Ottobre. Così potremo organizzarci e capire in che modo soddisfare le esigenze di tutti. Grazie per l’attenzione

Il Collettivo Furia Rossa-Oristano, il Centro Servizi Culturali Oristano e l’ Associazione Stefano Cucchi – Onlus organizzano la proiezione del film “Sulla mia pelle. Gli ultimi sette giorni di Stefano Cucchi”. L’evento si svolgerà lunedì’ 5 novembre, a partire dalle 18:00, nei locali del Centro Servizi Culturali di Via Carpaccio a Oristano. Nei prossimi giorni pubblicheremo il programma completo della serata.

 

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Libertà (su cauzione) di manifestare

Il Comune di Oristano ha adottato un regolamento che, fra le altre cose, prevede la possibilità da parte dell’amministrazione di chiedere una cauzione agli organizzatori di manifestazioni politiche. Sia che siano sindacati o partiti dotati di risorse economiche, sia che siano semplici gruppi di cittadini o studenti. Crediamo sia un fatto molto grave. Già solo la costituzione italiana stabilisce che il diritto a manifestare sia un diritto fondamentale, che non può essere mai limitato. Ci auguriamo che il consiglio comunale riveda l’articolo in questione (ossia il 41 del nuovo regolamento sul decoro urbano). Ad ogni modo si tratta di una misura inapplicabile, perché le leggi vigenti stabiliscono che l’unico presupposto necessario per il regolare svolgimento di un corteo politico sia il preavviso alla Questura – con la giurisprudenza che segnala che è sufficiente che la convocazione del corteo sia in forma pubblica perché la Questura sia preavvisata, senza dunque la necessità della comunicazione scritta – e la segnalazione alla polizia municipale, per semplici esigenze di controllo del traffico automobilistico. Nessuna cauzione può essere richiesta per lo svolgimento di una manifestazione politica.

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Il diritto alla trivialità (processo al collettivo furia rossa)

di Gian Luigi Deiana

I notiziari di oggi 12 ottobre riportano una lapidaria dichiarazione resa dal presidente della repubblica sergio mattarella in un incontro con studenti ricevuti al quirinale: “il potere inebria”; condivido al duecento per cento questa fondamentale affermazione ed è sotto la sua autorità che esprimo il mio giudizio sulla surreale vicenda del processo a carico del collettivo oristanese “furia rossa”;

tre attivisti di questo gruppo sono stati denunciati per diffamazione dall’allora questore di oristano e da altri due graduati; il fatto oggetto del processo consiste in una attribuzione sgarbata e peraltro adusata infinite volte da chicchessia, espressa in un comunicato riguardante una controversa azione di polizia; l’ espressione triviale notoriamente più ricorrente nel costume, cioè nel linguaggio abituale in casi come questi, è la parolina “sbirri”; in sardegna si presenta invece una suddivisione più aspra: quella più misurata è “pagaos sunu” e quella più triviale è “canes de istrezu”;

la prima (“pagaos sunu”) è propria di un codice informale (quello magistralmente descritto a suo tempo da antonio pigliaru) che motivava in tal modo una sorta di terreno neutro, o di zona franca, riconosciuto alle forze dell’ordine nel conflitto latente tra le comunità e lo stato: tradotto, il nemico non è l’agente di polizia, che svolge un lavoro, ma è lo stato che dispone questo ordine sociale (la proprietà, le leggi proprietarie ecc.);

la seconda (“canes de istrezu”) è propria dello slang triviale (cioè del linguaggio da trivio) che ordinariamente si avvale di metafore approssimative, a tinte forti e di uso rapido; l’espressione in sé allude spregiativamente al tipo di servizio e di corresponsione, e alla lettera non vi è dubbio che sia un’espressione brutta; il suo significato sommerso allude alla condizione per cui il gendarme che opera sotto comando non può personalmente eccepire sul carattere giusto o ingiusto del comando stesso, e si riduce a semplice esecutore ed anzi (in grazia dei parametri premiali interni alla struttura) appare incentivato a immettere anche nelle operazioni palesemente inique uno zelo inappropriato;

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QUELL’INDAGINE EPIDEMIOLOGICA A CAPO FRASCA PROMESSA MA MAI EFFETTUATA

Contano qualcosa gli amministratori locali quando si parla di interessi militari? La domanda è lecita, se si pensa a tutte le proteste, perlopiù inascoltate, dei sindaci in merito ai ritardi e ai mancati pagamenti degli indennizzi. Ma il problema è ancora più grave quando si tratta di dubbi sull’inquinamento ambientale e sui pericoli per la salute che le basi militari in Sardegna comportano. Già l’anno scorso avevamo denunciato come, dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’Uranio impoverito, da interrogazioni parlamentari e da alcune testimonianze raccolte dalla stampa sarda, risultasse che il poligono di Capo Frasca – al di là della propaganda militare, che lo dipinge come un luogo dove la salute delle persone non è a rischio – mostrasse parecchie criticità in termini di inquinamento e pericoli sanitari (qui). Si parlava di inquinamento del pozzo artesiano utilizzato dalla mensa del poligono, di numeri relativi all’incidenza tumorale esorbitanti con l’ex deputato di SEL, Michele Piras, che denunciava, in un’interpellanza del 2014, 23 casi di tumori fra i 70 dipendenti, civili e militari, che avevano prestato servizio a Capo Frasca tra il 1999 e il 2010.

Il comune di Arbus qualcosa aveva provato a farlo, ecco cosa.

Il 18 ottobre 2011, l’allora sindaco di Arbus Francesco Atzori, chiede all’allora assessore regionale alla salute Simona de Francisci di  accelerare al massimo l’avvio dei lavori della Commissione sulle indagini epidemiologiche relative ai cittadini residenti nell’area vasta gravata da servitù militare pertinente al Poligono di Capo Frasca, con estensione dell’indagine stessa anche sulla qualità delle acque e sulla salute animale.

Il 27 marzo 2012 Atzori reiterava la richiesta, stavolta al fine di accelerare
l’estensione delle indagini epidemiologiche e delle verifiche ambientali già attivate per il Poligono di Quirra anche al Poligono di Capo Frasca nel Comune di Arbus. La risposta della Regione arrivava il 23 aprile 2012, e si assicurava che il board scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità che stava svolgendo l’analisi epidemiologica di Quirra avrebbe esteso la ricerca anche al poligono di Capo Frasca.

Nei fatti però pare che questa rassicurazione sia rimasta disattesa. Infatti due anni dopo, audito dalla Commissione Difesa della Camera, Atzori denunciava: “A Capo Frasca non è mai stata svolta alcuna indagine per rassicurare la popolazione sull’assenza di pericoli per la salute umana e animale. Perché non si fa? Perché?!?”.  Quando poi, nel 2015, venne pubblicata la relazione dell’Istituto Superiore di Sanità (qui), su Capo Frasca e Arbus neanche una parola.

Questa storia fa il paio con la denuncia, che facemmo nella scorsa primavera, sulla mancata attuazione della richiesta della Provincia di Oristano nel 2011 alle ASL di Oristano e di Sanluri, di verificare il tasso di incidenza delle patologie tumorali. La ASL di Sanluri non si curò nemmeno di rispondere, quella di Oristano disse chiaramente: “Senza un registro dei tumori non possiamo farlo”. Il registro dei tumori, a 7 anni di distanza, non esiste ancora.

Il punto è questo: a Capo Frasca non si può sapere ufficialmente se ci sono pericoli per la salute. Non parliamo solo delle popolazioni civili, parliamo dei dipendenti civili e militari e della fauna presente all’interno del poligono. Perché non si può sapere? Perché non si può indagare sulle denunce esposte dal maresciallo Palombo sui casi di tumore fra i colleghi di Capo Frasca? Perché non si può indagare sulle denunce esposte alla stampa dall’ex aviere di Scano Montiferro, Angelo Piras, che raccontò la morte di tumore di due suoi colleghi che, come lui, raccoglievano i materiali inerti dopo le esercitazioni a mani nude?

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Documenti di solidarietà al collettivo

Caminera noa

SOLIDARIETÀ AI COMPAGNI DI ORISTANO SOTTO PROCESSO

Caminera Noa esprime massima solidarietà ai compagni del Collettivo Furia Rossa di Oristano che il 2 Ottobre verranno processati presso il Tribunale di Oristano per aver criticato l’operato della polizia durante uno sfratto.

Il 22 Gennaio 2015 ad Arborea ci fu il violento sfratto di una famiglia di agricoltori; dopo mesi di resistenza allo sfratto grazie alla solidarietà di tanti sardi, la polizia decise di agire con l’utilizzo di un numero spropositato e indefinito di agenti anti-sommossa. In quell’occasione è comparso sul blog “lafuriarossa.noblogs.org” un articolo (tuttora sequestrato dalla magistratura) in cui si denunciavano i fatti della giornata e si accusavano i vertici della Questura oristanese di aver esercitato “violenza di stato” e i celerini venivano definiti “canis de isterzu”.
Tanto è bastato per far partire una querela contro i membri del collettivo – denunciati dall’ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto (lo stesso che in tv affermò a più riprese che in Sardegna c’è “un’innegabile cultura del coltello”), dal capo della Digos Vincenzo Valerioti e da un altro membro della Digos cittadina – e oggi sul banco degli imputati per concorso formale nel reato di diffamazione (art. 595, comma 3 del codice penale), nonostante due precedenti richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero.
Come se non bastasse in questi giorni i poliziotti si sono costituiti parte civile chiedendo una condanna a 220.000€ per i tre giovani compagni, “per l’ingente danno morale, per le gravi offese alla reputazione, alla dignità personale e per l’ingente danno esistenziale e di immagine” loro causato.

Questo fatto è un chiaro indice dei tempi bui che stiamo attraversando, fatto di atti repressivi contro gli indipendentisti e contro le forze che partecipano ai conflitti sociali in Sardegna e in Italia; ma ciò che è accaduto a Oristano ci preoccupa in modo particolare, perché quando anche la libertà di pensiero e la banale critica politica – che pensavamo intoccabili – è messa sotto attacco in questo modo e la si affronta con il codice penale, siamo in pericolo tutti e questo può essere un precedente che non siamo disposti ad accettare.

Per questo ribadiamo la nostra solidarietà ai compagni oristanesi e ci auguriamo la piena assoluzione da ogni accusa.

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C4 Combat Rock

Circa 2 anni fa suonavamo a un piccolo evento organizzato e promosso in maniera totalmente indipendente dai compagni del Collettivo Furia Rossa-Oristano. Oggi quegli stessi compagni si trovano sotto processo per diffamazione, accusati dello stesso ex questore di Oristano Francesco Di Ruberto.  Continue reading

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