Liberare il lavoro in Sardegna*

foto di Roberto Pili

Poco più di un mese fa l’Istat ha pubblicato i dati medi relativi al mercato del lavoro nel 2018; un dato molto importante per poter leggere e analizzare la fase attuale e farsi un’idea, sebbene parziale, del mercato del lavoro in Sardegna.

Dai dati Istat si evince che la popolazione in età lavorativa in Sardegna nel 2018 è di 1.450.000, si perdono 4000 unità rispetto al 2017.
743 mila sono femmine, 707 mila sono maschi; la quota maggiore si inserisce nella fascia d’età 25-54 anni con 686 mila unità (-12.000), 619 mila nella fascia 55-e oltre (+10.000), 145 mila nella fascia 15-24 anni (-2000). Segno evidente di una popolazione che invecchia sempre più senza alcun ricambio e probabilmente di nuova emigrazione.

Il tasso di occupazione si attesta al 52,7% (+2,2% rispetto al 2017); il TdO italiano è al 58,5%, ci si distanzia quindi di 5,8 punti % dalla media italiana (nel 2017 la distanza era del 7,5%). Come da tanti anni la nostra isola si colloca sestultima per tasso di occupazione, ma sempre decisamente avanti rispetto alle regioni del Meridione (addirittura +12% rispetto al tdo siciliano). Tra le regioni del c.d. Mezzogiorno l’incremento annuale sardo è quello più consistente ed è l’unica regione che sul decennio ha superato il TdO del 2008 (+0,4 punti); stando al quinquennio 2013-2018 corrispondente al periodo di governo della giunta Pigliaru, il TdO è aumentato del 4,3%.
Il TdO femminile sardo è al 45% (+2,9%), a 4,5 punti dalla media italiana (49,5%): erano 6,8 nel 2017. Il TdO maschile è al 60,4% (+1,7%) quindi 7,2 punti dalla media italiana. Molto importante il dato della crescita dell’occupazione femminile.
A livello provinciale la situazione è la seguente: Sassari 54% (+3,6%), Cagliari 53,8% (-1,1%), Oristano 53,2% (+5,2%), Sud-Sardegna 51,2% (+4,4%), Nuoro 49,7% (+1%). Stupisce fin troppo l’incremento occupazionale nella provincia di Oristano che si attesta la prima provincia dello Stato per crescita di questo indicatore, e anche il Sud-Sardegna è tra le prime. In una classifica inversa sul totale di quelle italiane Nuoro si conferma al 26° posto, il Sud-Sardegna al 30° (22° nel 2017), Oristano al 32° (24° nel 2017), Cagliari al 34°, Sassari al 35°.
Il TdO femminile più elevato si conferma nella provincia di Cagliari con il 47,7% (+1%), seguita da Oristano con il 46,6% (+4,8%) e SS con il 45,5%; Nuoro (43,8%) e Sud-Sardegna (40,7%) rimangono sotto la media regionale.
Il settore dominante in Sardegna continua a essere quello dei servizi con 454mila occupati (+20.000), seguito dall’industria “in senso stretto” (estrazione di minerali da cave e miniere, manifattura, fornitura energia elettrica, gas, acqua etc..) con 57mila occupati (+3mila), costruzioni con 39mila occupati (meno un migliaio) e agricoltura con 33mila occupati (meno un migliaio).

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Presentazion del libro “Non si ruba sul latte versato”

Si terrà mercoledì 8 Maggio alle ore 17 da Librid (piazza Eleonora) la presentazione oristanese del libro “Non si ruba sul latte versato. Sullo sciopero dei pastori sardi”.
Il libro, realizzato dalla redazione di Infoaut e edito da DeriveApprodi, è un racconto sulle proteste dei pastori che hanno attraversato la Sardegna negli scorsi mesi e ripercorre gli avvenimenti attraverso testimonianze dirette e con le parole dei protagonisti seguendo un filo preciso della rivolta: lo scontro con gli industriali è stato uno scontro di classe?

Qui l’evento facebook —> https://www.facebook.com/events/892665841085114/

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PROTESTA PASTORI: IL PUNTO DELLA SITUAZIONE

Gli studenti di Cagliari manifestano solidarietà ai pastori

Facciamo un po’ di chiarezza su quelle che possono essere le soluzioni immediate alla crisi della pastorizia in Sardegna. Il tavolo regionale di ieri ha segnato la strada che probabilmente verrà seguita anche oggi a Roma, nel tavolo elettorale convocato da Matteo Salvini e Coldiretti.

L’idea che sta prendendo forma è questa: Regione e Stato si devono far carico dell’acquisto di una cifra che oscilla tra i 30 e i 50 mila quintali di pecorino romano con una spesa, abbastanza ingente, che, secondo quello che si legge nei commenti della stampa e dei siti specializzati oscilla tra i 30 e i 40 milioni di euro. Le forme così acquistate, dovrebbero essere ritirate dal mercato, o destinandole alla stagionatura o assegnandole (tramite bando, si immagina) a Onlus e servizi per gli indigenti. Non è detto che il mercato recepisca favorevolmente questa mossa, il prezzo del romano potrebbe salire ma non ai livelli necessari ad arrivare alla quota richiesta dai pastori per il pagamento del latte: 1 euro più IVA al litro.

Ieri Pigliaru, al termine del tavolo regionale, ha parlato di uno stanziamento di 10 milioni di euro da parte della RAS e ha auspicato che da Roma oggi arrivassero altri 20 milioni. Che il tavolo si chiuda con questo accordo non è impossibile, ma il punto è che i caseifici dovrebbero accettare su questi presupposti di pagare il latte a un euro e questo non è un meccanismo automatico.

Che si tratti di una soluzione emergenziale (e non necessariamente destinata al successo) è evidente e comunque non è detto che vada in porto. La sicumera di Salvini lascia pensare che abbia già la certezza di trovare un accordo che possa essere quantomeno spacciato per buono, ma c’è un altro problema: il tavolo di oggi potrebbe avere una rappresentatività molto limitata del mondo dei pastori, considerando che vi prenderà parte solo Coldiretti, le cui mosse filo-salviniane degli ultimi giorni hanno destato un po’ di irritazione fra i pastori in mobilitazione. Si allarga intanto la spaccatura all’interno del movimento dei pastori, con la Coldiretti che sta giocando tutte le sue carte sulla soluzione Salvini e il Movimento Pastori Sardi che ieri, contestato da una parte dei pastori in mobilitazione, ha deciso di non partecipare al tavolo regionale. Nei fatti però sembrerebbe che l’assenza dell’MPS abbia comportato una partecipazione molto debole degli allevatori al tavolo, tanto che all’uscita in tarda serata dal palazzo della Giunta regionale le recriminazioni dei manifestanti si sono rivolte proprio ai delegati che non erano riusciti a strappare un prezzo più alto di 65 centesimi al litro.

Se anche dovesse arrivare una soluzione accettabile di emergenza, sul piano strutturale non saranno i tavoli di questi giorni a fornire dei risultati concreti e ci sono alte probabilità che la situazione precipiti nuovamente nel giro di qualche mese.

Mentre stamattina gli studenti hanno continuato a mobilitarsi in varie parti dell’isola, con un nuovo corteo selvaggio per le strade di Cagliari, si apprende che numerosi gruppi di pastori si dirigeranno questo pomeriggio al presidio che sta bloccando da giorni il conferimento del latte al caseificio dei fratelli Pinna di Thiesi, uno degli attori più importanti del settore della trasformazione del pecorino romano, ben proiettato sul mercato statunitense, quello cioè nel quale si sono verificate le speculazioni che hanno provocato il crollo del prezzo del latte ai livelli attuali. Lì si attenderanno i risultati del tavolo romano, che probabilmente finirà in tarda serata anche nella speranza di far scemare i pastori mobilitati in caso di un accordo non particolarmente positivo. Salvini sta già mandando i primi segnali sul fatto che le questure sarde – che sembrano aver ricevuto, fino ad oggi, l’ordine di lasciar fare i pastori – dovranno cambiare atteggiamento nei prossimi giorni per quanto riguarda la gestione dei blocchi stradali. Insomma, sembra che da Roma oggi arriverà questo messaggio: “Questo è l’accordo, prendere o lasciare. Chi continua a protestare ne pagherà le conseguenze”.

Questa è la situazione, difficile fare previsioni più dettagliate e anche queste potrebbero essere smentite dall’evolversi degli eventi.

 

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I TAVOLI FALLISCONO, L’UNICA SOLUZIONE NELLE STRADE E NELLE PIAZZE

Il 14 febbraio 1929 andò in scena a Chicago il Massacro di San Valentino. Un commando di sgherri di Al Capone, travestiti da poliziotti, sorprese, disarmò e trucidò sette membri di una banda della mafia irlandese, garantendosi per anni il controllo sul mercato nero degli alcolici nella città statunitense. Ottant’anni dopo, a Roma, qualcuno ha deciso di rimettere in piedi quella messinscena.

Oggi infatti avrà luogo il tavolo convocato dal ministro Salvini per tentare di risolvere il problema del basso prezzo del latte ovino. Come per l’azione ideata da Al Capone, si tratta di una farsa e di una trappola. Lo dimostra il luogo dove si terrà il tavolo: Roma. Salvini non ha il coraggio di farlo in Sardegna e c’è una ragione ben precisa: sa bene che da quel tavolo l’unica cosa che potrà uscire saranno sussidi straordinari, ma – a meno che industriali e cooperative non abbiano bluffato nel tavolo fallito di ieri a Cagliari – non ci sono molte possibilità che si arrivi a stabilire il prezzo a un euro più IVA, come chiesto dai comitati spontanei dei pastori. La farsa è stata organizzata con la collaborazione di Coldiretti, autoproclamatasi rappresentante dei pastori, ma in realtà parte attiva in una manovra che punta a portare consenso elettorale alla Lega in vista delle elezioni di domenica 24 febbraio. Inusuale l’ambientazione e inusuale il convocatore del tavolo: pura campagna elettorale, con la complicità degli utili idioti del Movimento 5 Stelle.

L’impressione però è che la manovra orchestrata da Lega e Coldiretti non stia raccogliendo troppo consenso fra i pastori in mobilitazione, che continuano a dichiarare che la lotta non si fermerà fino a quando non arriverà il prezzo richiesto.

Ma se Roma piange, Cagliari non ride. Sono state veramente patetiche le immagini di Francesco Pigliaru, presidente uscente della Regione, che al termine del tavolo non ha avuto il coraggio di parlare con le centinaia di pastori in attesa fuori dal palazzo della Giunta in viale Trento. Pigliaru si è fermato con i giornalisti, a lungo, ma non ha avuto la faccia di andare a dire ai pastori che la montagna aveva partorito il topolino dell’offerta di 67 centesimi per litro. Questa è la classe politica del centrosinistra, lontana dal popolo, a ribadire che chi vuole il bene di quest’isola non ha alleati tra i partiti italiani.

Il dato positivo però c’è, ed è il fatto che stamattina scendono di nuovo in piazza gli studenti di Cagliari che ieri hanno mandato in tilt la città con un corteo selvaggio che è durato tutta la mattina. Gli studenti sembrano essere gli unici soggetti ad aver capito la necessità di sfruttare questo momento per porre sul tavolo tutti i problemi di questa terra, schiacciata dall’oppressione coloniale italiana e da un sistema economico ingiusto.

L’auspicio è che anche gli studenti del resto dell’isola continuino la loro mobilitazione e, chissà, magari che piano piano si aggiungano altri soggetti sociali. Ma il ferro va battuto ora, prima delle elezioni truffa del 24 febbraio: di ragioni ne abbiamo tantissime in questa terra depredata e violata, alla quale è vietato decidere il proprio futuro.

 

 

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PROTESTE DEI PASTORI: IL TEATRINO DI LEGA E COLDIRETTI

Salvini si abbraccia con i vertici regionali di Coldiretti

Qualche giorno fa l’avevamo annunciato, ora il brutto presentimento è diventato realtà. La Lega ha messo le sue mani sulla lotta dei pastori ed è pronta ad approfittarne in vista delle Regionali del 24 febbraio. In questi giorni si sono verificati una serie di avvenimenti che, messi in fila, rendono un quadro ben preciso.

Il penultimo passaggio è stato l’esito negativo della visita grottesca, come l’ha perfettamente definita il sindaco di Villanovaforru Maurizio Onnis, di Giuseppe Conte. Il premier doveva venire in Sardegna per altro, ma, visto il clima di fuoco che si respira nell’isola, ha pensato bene di provare a far riguadagnare qualche punto ai Cinque Stelle che, nonostante abbiano un pastore in Parlamento, sono incapaci di trovare una rapida soluzione al problema del prezzo del latte ovino. Solo promesse, fra le quali quella di un tavolo lunedì 21 febbraio, una follia se si pensa che il clima è già tesissimo e aspettare 10 giorni può voler dire non essere più in grado di fermare l’escalation.

Prima c’erano stati alcuni altri segnali: l’annuncio da parte di Coldiretti del boicottaggio del tavolo regionale previsto per domani, mercoledì 13 febbraio e le dichiarazioni di Salvini: “Se la Regione non riesce a fare il suo lavoro, interverrà lo Stato”.

Poi Coldiretti ha realizzato un vero e proprio assist per il segretario della Lega, la manifestazione di oggi, martedì 12 febbraio, davanti a Montecitorio. Guarda caso (chi se lo sarebbe mai aspettato?) al termine della manifestazione una delegazione Coldiretti ha incontrato il ministro dell’Interno e vicepremier, Matteo Salvini, che ha annunciato: “Entro 48 ore la soluzione, faremo un tavolo giovedì 14”. Baci e abbracci al termine dell’incontro, nonostante Salvini sia l’autore dei provvedimenti che potrebbero costare anni di galera per alcuni pastori scesi in piazza in questi giorni. La manovra insomma ha funzionato perfettamente: viene scavalcato Conte (e con lui il Movimento 5 Stelle), che aveva promesso un incontro per il 21 febbraio e viene ridotto all’impotenza Pigliaru (e con lui Zedda e il centrosinistra), che mercoledì parteciperà a un tavolo il cui esito negativo è molto probabile, anche in virtù dell’assenza di Coldiretti.

Un bel pacco, insomma, quello recapitato da Salvini ai principali oppositori del centrodestra per le elezioni del 24. Centrosinistra e Movimento 5 Stelle se la sono cercata, affari loro. A rimetterci però saremo tutti quanti, a meno che non avvengano due cose. La prima speranza è che il movimento dei pastori non si lasci abbindolare dalle moine di Salvini, la seconda è che nei prossimi giorni la lotta dei pastori venga affiancata da altre mobilitazioni, perché i problemi dell’isola non si risolveranno mai, se non con l’affermazione del diritto dei sardi ad autodeterminarsi e con la costruzione di un nuovo modello economico e sociale, che metta al primo posto la dignità delle persone e non il profitto.

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LA LUNGA MANO DELLA LEGA SULLA LOTTA DEI PASTORI

I tumulti nel mondo della pastorizia sarda si intrecceranno inevitabilmente con le ultime settimane di campagna elettorale per la Regione e c’è un partito che ha una carta pesante da giocare: la Lega che controlla il ministero dell’Agricoltura. Ieri il ministro Centinaio lo ha annunciato: «A giorni sarò in Sardegna» e fin qui nulla di strano, il ministro dell’Agricoltura in carica non può far finta che non stia succedendo nulla. Probabilmente però Centinaio arriverà sbandierando la soluzione definitiva all’ormai decennale problema del prezzo del latte ovino, e qua sorge il problema.

Chiunque conosca la situazione del settore ovino dell’isola, sa che il problema del latte pagato pochi spiccioli è strutturale e non può essere risolto in qualche giorno. Ciò che bisogna fare adesso è risolvere l’emergenza. Come? Non lo sappiamo ma permetteteci di dire, associandoci a molti altri, che contributi e sussidi non ci disgustano, considerando che lo stato paga ogni giorno milioni di euro in contributi e sussidi a qualsiasi tipo di industria. Sul piano strutturale, beh, noi la nostra la abbiamo detta: solo una Sardegna libera e non capitalista è in grado di garantire un trattamento dignitoso ai lavoratori, pastori compresi.

Tornando al discorso Lega, però, è inevitabile che una forza politica che ha compiuto un tale investimento sulla politica sarda punti alla strumentalizzazione di quello che sta accadendo questi giorni. Che la Lega sia al ministero dell’Agricoltura non è certo un caso: il settore agricolo nel Nord Italia muove fatturati da milioni e milioni di euro e, contestualmente, muove milioni di voti. Nel 2018 è poi arrivata la svolta di Coldiretti, la principale associazione di categoria degli agricoltori italiani, che, dopo aver sostenuto per qualche anno il Pd di Renzi – promuovendo il Sì al referendum costituzionale – è passata, armi e bagagli, nel campo di Salvini, che dal canto suo ha sposato le principali rivendicazioni dell’associazione di categoria giallo-verde (ah, i casi della vita!).

L’impressione che si ha da fuori, rispetto a quello che sta succedendo nel mondo dei pastori, è che c’è un forte rimescolamento delle carte, con il Movimento Pastori Sardi che è stato colto di sorpresa dalle esplosioni di rabbia degli ultimi giorni. Insomma, se c’è un movimento spontaneo di rabbia popolare, come sembrerebbe che stia succedendo nel mondo dei pastori, qualcuno cercherà sicuramente di sovradeterminarlo e questo è quello che, probabilmente, i settori più vicini alla Lega cercheranno di fare nei prossimi giorni. L’MPS, che da settimane dice chiaro e forte che non appoggerà nessun partito, ha parato il colpo, con un bel comunicato in cui non prende le distanze da quanto successo nelle strade e chiama i pastori all’unità e alla lotta senza bandiere (e senza quartiere). La prossima settimana è molto probabile che si muoveranno altri pezzi nello scacchiere, e mosse pesanti potrebbero arrivare appunto dalla Lega – non da sola, ovviamente, ma supportata da alcune associazioni e settori all’interno del mondo pastorale -, con l’unico obiettivo di capitalizzare la protesta e raccogliere più voti possibili.

La Lega può proporre soluzioni strutturali? Impossibile. Non può perché lei deve fare determinati interessi, quelli che nascono nel Nord dove prende – ancora adesso, nonostante sia diventato un partito italiano – la maggior parte dei suoi voti e la maggior parte dei suoi soldi. È lo stesso discorso per cui è impossibile che la Lega faccia gli interessi dei sardi nell’ambito della Sanità: quanti soldi e quanti voti arrivano agli ex secessionisti padani dal mondo della sanità privata lombarda? Tantissimi. E figuratevi se, in una terra come la nostra, dove la sanità pubblica è stata devastata dalle politiche scellerate del centrosinistra, i big della sanità privata lombarda non sentono il profumo dei soldi!

Il rischio, insomma, è quello che le proteste di questi giorni vengano strumentalizzate e che il mondo dei pastori cada, per l’ennesima volta, nelle trappole elettorali dei partiti italiani e dei loro intermediari sardi. Solo il tempo potrà far capire se questo rischio si concretizzerà o se la lotta dei pastori avrà la maturità per restare libera da condizionamenti esterni e strumentalizzazioni. Cosa possiamo fare noi da fuori? Sostenere, solidarizzare, e, perché no?, provare ad aprire altri fronti.

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LA SFIDA DEI PASTORI, TRA NUOVE FORME DI LOTTA E PROSPETTIVE DI MOVIMENTO

Foto di Sardegnalive

Ieri ad Abbasanta, durante la protesta spontanea dei pastori contro il basso prezzo del latte, c’era un’assenza molto evidente. Mancavano le bandiere blu e gialle che, negli anni scorsi, hanno caratterizzato tutti i momenti di mobilitazione degli allevatori: quelle del Movimento Pastori Sardi. Non stiamo parlando di un’associazione di categoria di quelle che fa sempre il lavoro del pompiere, stiamo parlando di un gruppo che negli anni scorsi ha messo in campo una capacità di mobilitazione che talvolta è stata davvero impressionante. Ieri però l’MPS non c’era, la manifestazione che ha bloccato per ore la statale 131 all’altezza di Abbasanta è nata da una convocazione sviluppatasi sugli smartphone dei pastori nel tardo pomeriggio.  Al di là del significato di questa assenza, non si può negare che questo sia il dato politico più rilevante: ieri in Sardegna abbiamo avuto un assaggio diretto di cosa possano essere le mobilitazioni del XXI secolo. Sorprendenti – perché nessuno se l’aspettava, tantomeno le forze di polizia che in altre occasioni, quando cioè l’MPS minacciava i blocchi stradali, si facevano sempre trovare pronte – diffuse e spesso difficili da controllare per le organizzazioni tradizionali.

Su quei pastori rischia di calare la scure di una repressione giudiziaria e poliziesca che si è rafforzata con i provvedimenti di questo autunno targati Salvini. Questo ci permette di segnare un piccolo promemoria: la Lega è nemica dei sardi e del cambiamento della nostra isola in meglio. Ma ci costringe anche a fare una riflessione: dobbiamo fare di tutto perché la vicenda dei pastori non sia trattata come una semplice questione di ordine pubblico. Si tratta di una questione intrinsecamente politica, ma lo Stato italiano e i suoi servi isolani proveranno ad affrontarla con il codice penale. No. Non possiamo permetterlo. Altro che dispiacere per il latte versato, qua rischiamo di trovare persone con la vita rovinata da processi: persone che lottano per vedere riconosciuto un diritto fondamentale e assoluto, veder pagato il proprio lavoro a un prezzo degno. Come fare? La questione è la stessa di quando sfrattano gli occupanti da una casa o denunciano i lavoratori che fanno un picchetto o i cittadini che occupano un terreno per impedire una speculazione: bisogna politicizzarla. A nessun altro, se non ai pastori, spetta la parola su come portare avanti la lotta per un prezzo giusto del latte. Ma a tutti spetta la parola su come difenderli dall’attacco che fra poco arriverà, perché il loro problema è solo un aspetto di una grande questione più generale.

La questione è che la Sardegna è schiacciata da due enormi macigni: il rapporto coloniale con l’Italia e il capitalismo. Mentre in Europa crescono movimenti che mettono in discussione sia gli stati nazionali ottocenteschi che il capitalismo, qua siamo ancora al palo. In realtà qualcosa si muove, soprattutto sul piano culturale, ma i tempi rischiano di essere davvero stretti. Non è allarmismo: i dati macroeconomici e gli sviluppi della politica europea ed internazionale fanno temere una grossa crisi – politica in primo luogo – in tempi non troppo lunghi e noi rischiamo di essere impreparati.

Quindi ci sono due piani da prendere in considerazione per quanto riguarda le ultime mobilitazioni dei pastori sardi: il primo è quello della lotta dei lavoratori, che nessuno si deve permettere di sovradeterminare. Certo, la si può criticare quando lo si ritiene opportuno e la si deve sostenere, ma il principio deve essere che il modo in cui portare avanti la loro lotta lo decidono i pastori. L’altro piano è quello che ci interessa di più: se consideriamo la società come un campo attraversato da un’infinità di fratture, ogni volta che una si accentua, anche le altre diventano più sensibili. In parole povere, se la protesta dei pastori dovesse allargarsi e svilupparsi nei prossimi giorni, si aprirebbero degli spazi paralleli perché anche altre contraddizioni della società sarda vengano portate vicine al punto di rottura. Attenzione, sia chiaro che nessuno si augura che la questione del prezzo del latte non si risolva, così da alimentare la rabbia dei pastori: si deve risolvere immediatamente. Ma qualsiasi soluzione immediata sarà emergenziale, l’unica risposta strutturale è la duplice liberazione della Sardegna dalle catene coloniali e da quelle del capitalismo.

Ora, c’è un punto interrogativo enorme con cui dobbiamo fare i conti: la capacità di mobilitazione generale dei movimenti sociali sardi. Occupazione militare, contrazione del diritto alla salute, speculazioni energetiche, disoccupazione: le fratture ci sono, questo è fuori discussione, ma siamo in grado di allargarle?

La risposta non si può dare su due piedi, forse è un po’ come nel ciclismo, dove il corridore capisce la sua condizione fisica solo dopo che prova a forzare un po’ il proprio organismo.

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Arriva in Sardegna il ministro dell’Ambiente. Per quanto ancora ci dovete prendere per il culo sul deposito unico delle scorie nucleari?

La campagna elettorale va avanti come sempre, con i classici presunti grandi nomi che arrivano dal continente per sostenere i candidati unionisti. Per i 5 Stelle questo weekend è la volta del ministro dell’Ambiente, il carabiniere Sergio Costa.  Ci chiediamo con che faccia questo signore si presenti qui e fra le tante ragioni ce n’è una in particolare che vogliamo mettere in evidenza: sono anni che aspettiamo la mappa dei luoghi che potrebbero ospitare il deposito unico italiano delle scorie nucleari. Costa qualche mese fa, in una conferenza stampa, ha detto che a suo parere è improbabile che venga scelta la Sardegna. Ma il suo parere, cosa conta? Ben poco, noi vorremmo vederlo scritto sulla carta in maniera definitiva. Invece no, sono anni che i governi italiani temporeggiano nel pubblicare la carta dove verranno indicati i siti che potrebbero ospitare il deposito: indiscrezioni, ipotesi, pareri… tutte cose che non valgono nulla, perché l’unica certezza la avremo solo quando vedremo che in quella mappa la Sardegna non c’è.

Nei fatti, ci troveremo di fronte all’ennesima presa in giro da campagna elettorale. Siamo sicuri che qualche giornalista porrà a Costa la fatidica domanda, ma siamo altrettanto sicuri che la risposta non ci soddisferà neanche un po’. Infatti, è abbastanza improbabile (speriamo di essere smentiti) che Costa mostri le carte e dica: “Ecco la mappa ragazzi: come vedete, la Sardegna non c’è!”.

Giusto per capirci, non è questione di essere NIMBY. La Sardegna sopporta già un peso enorme per quanto riguarda la colonizzazione energetica: una parte consistente dell’elettricità prodotta nell’isola viene esportata in continente e non abbiamo mai tratto alcun vantaggio dalla breve stagione nucleare italiana, quindi non è affar nostro lo smaltimento delle scorie. Caro governo italiano, “aiutatevi a casa vostra” come vi piace tanto dire, e abbiate il coraggio di scrivere nero su bianco, prima delle elezioni regionali, che in Sardegna non ci sarà neanche un metro quadro adibito a deposito di scorie nucleari.

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CI SERVE UN NUOVO STATUTO! PROPOSTA PER UN’ASSEMBLEA COSTITUENTE DEI SARDI

Nessuna pretesa che questa proposta venga presa in considerazione immediatamente, dato che in molti sono impegnati nelle elezioni. Nessuna pretesa nemmeno che venga accettata senza critiche, che anzi sono ben accette, perché ciò che serve è un dibattito e non basta dire genericamente che bisogna rifare lo statuto, bisogna anche capire con quali modalità. L’unica cosa che conta è parlarne, perché oltre alla sua cronica debolezza, l’autonomia sarda  ha un nuovo problema all’orizzonte: l’autonomia delle regioni del Nord in salsa leghista. E i tempi rischiano di essere stretti.

Durante la campagna elettorale per le Regionali 2019 sentiremo tante belle proposte per risollevare la Sardegna e, per carità, molte di esse avranno un effettivo valore: piccoli o grandi interventi in grado di curare gli aspetti più critici della nostra isola malata. Probabilmente non mancheranno interventi relativi a una delle cause principali della nostra condizione, ossia l’inadeguatezza dello Statuto autonomistico, ma, considerando che non ci sono serie possibilità – grazie a una legge elettorale antidemocratica – di avere un Consiglio Regionale adatto a intervenire su questa materia, si corre il rischio che tali interventi restino confinati all’ambito dei buoni propositi.

Parte consistente e rispettabile della storiografia isolana non ha dubbi nel dipingere la scrittura dello Statuto come un momento fallimentare della storia politica sarda, ai limiti del masochismo. L’errore principale sta alla base: l’Autonomia fu considerata il risarcimento per le morti sarde nella Grande Guerra, non una inevitabile necessità dovuta all’esistenza di innegabili differenze nella storia istituzionale e sociale di Sardegna e Italia, al fatto, insomma, che i sardi fossero un popolo diverso da quello italiano (sempre che ne esista uno). L’altro limite, anche questo fondante, è che lo Statuto, così come è concepito, lega indissolubilmente la crescita economica e morale della Sardegna all’intervento italiano, anzi la subordina all’aiuto continentale. Per carità, la ratio dell’articolo 13 Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola») è anche comprensibile: una legge di rango costituzionale obbligava l’Italia a spendere soldi per risollevare un’isola in condizioni di assoluto declino. Tuttavia è chiaro come – formulato in questi termini, con la Regione che diventa poco più che un aiutante, con un ruolo fortemente limitato nella creazione di questo piano – il risultato sia stato quello di aver sancito nella nostra “costituzione” la sudditanza della Sardegna nei confronti dell’Italia. I risultati dei due piani di rinascita sono lì a dimostrare questo.

A settant’anni di distanza, soprattutto se consideriamo che viviamo in un’epoca in cui è egemone l’ideologia del fare e della supremazia della tecnica sulla riflessione, possono sembrare questioni di lana caprina: meglio intervenire sui trasporti, sull’insularità (qualsiasi cosa voglia dire), etc… In realtà credo non esista una scala di valori: sia gli interventi palliativi – perché di questo si tratta, dal momento che non attaccano la base del problema, ossia la condizione di subordinazione coloniale della Sardegna nei confronti dell’Italia – che quelli che attaccano il problema in sé hanno la loro importanza. Tuttavia non si può negare che l’intervento sullo Statuto, in primo luogo sui principi fondamentali e poi sugli aspetti di carattere tecnico-giuridico, sia una necessità immediata, da perseguire contemporaneamente alle proposte di soluzione dei problemi concreti di quest’isola.

Però c’è un problema, la legge elettorale è talmente antidemocratica, che il Consiglio Regionale che verrà fuori da queste regionali non avrà la benché minima rappresentatività (né l’autorevolezza, figuriamoci!) per riscrivere lo Statuto autonomistico. Qualcuno potrebbe dire: «Abbiamo aspettato 70 anni, aspettiamone altri cinque!». Io non credo sia possibile attendere. In primo luogo non c’è alcun indizio, ora come ora, che lasci credere che alle regionali 2024 le cose debbano andare diversamente da come andranno stavolta. Questa però non è la ragione forte, il vero problema è che la crescita leghista porterà verosimilmente a una riscrittura, in tempi brevi, dell’assetto istituzionale della Repubblica Italiana, con un allargamento dell’autonomia delle regioni a statuto ordinario, magari fino al punto di creare un sistema federale nel quale tutte le regioni sono sullo stesso piano. Al di là delle sirene leghiste (vedi la recente intervista del governatore veneto Luca Zaia sul fare fronte comune con la Sardegna), dovrebbe essere chiaro a tutti che questo scenario è, per la Sardegna, una follia, un massacro. La nostra già debole autonomia, debole per colpa della classe politica sarda del Dopoguerra, diluita in un sistema in cui tutto è sullo stesso piano, non conterebbe più nulla.

Arrivo dunque alla proposta. Considerando che il futuro Consiglio Regionale non avrà né la rappresentatività né l’autorevolezza sufficienti ad affrontare un’opera storica come la riscrittura dello Statuto; considerando inoltre che, visto quel che guadagnano, sarebbe meglio che i consiglieri regionali lavorassero per risolvere i problemi immediati dell’isola; considerando infine che gli scenari relativi al futuro assetto costituzionale della Repubblica Italiana impongono un intervento rapido e deciso del popolo sardo per riscrivere su basi solide e adeguate ai tempi la propria autonomia dall’Italia, prevedendo il proprio diritto ad autodeterminarsi nei modi e nei tempi più opportuni secondo la sua insindacabile volontà; si propone di avviare un percorso finalizzato all’elezione di una Assemblea Costituente, formata su base proporzionale e rispettosa degli interessi territoriali delle varie parti dell’isola, che abbia, come unico compito, quello di redarre il nuovo Statuto autonomistico della Sardegna, da sottoporre poi a referendum confermativo dopo un congruo periodo di riflessione nazionale.

Lasciamo trascorrere le elezioni, ma poi occupiamocene e lavoriamo sul tema Statuto, perché il tempo stringe davvero.

dp

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NESSUNA AUTODETERMINAZIONE PER IL POPOLO SARDO, SENZA L’AUTODETERMINAZIONE DELLE DONNE

Emigrazione e genere, di Marta Meletti

Pubblichiamo con piacere questa riflessione e ne approfittiamo per farvi notare come il ragionamento espresso nell’articolo abbia avuto in questi giorni l’ennesima conferma fattuale: su sette candidati alla presidenza della Regione Sardegna, non c’è neanche una donna.

Cercare di scrivere una riflessione sul fenomeno dell’emigrazione da un punto di vista di genere non è semplice, ed è ancora più difficile farlo attraverso una prospettiva femminista, che implica sempre il partire da sé.

Essendo emigrata per vari anni e poi tornata, ho avuto modo di vivere sia la condizione di chi parte che quella di chi torna, e resta.  Continue reading

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