UN FRONTE COMUNE CONTRO L’OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA

E’ necessaria la creazione di un fronte comune contro l’occupazione militare della Sardegna. Il momento è chiaramente propizio: la situazione geopolitica internazionale è tesa e all’orizzonte si profila una nube dai confronti sempre più definiti che preconizza uno scontro fra opposte potenze imperialiste, scontro nel quale, come in ogni guerra, ci rimetteranno i deboli di tutto il mondo; l’attacco israeliano a Gaza, conclusosi da poco più di una settimana, ha destato scandalo nel mondo ed è proprio in Sardegna che dal 21 settembre inizieranno le operazioni di addestramento dello stato sionista; l’incendio di giovedì scorso nel poligono di Capo Frasca, che ha avuto origine da un’esercitazione aerea dell’aviazione tedesca, ha infiammato gli animi dei molti sardi contrari alle servitù militari.
Non è tempo per portare avanti lotte di rivendicazione della paternità della lotta antimilitarista in Sardegna, la vittoria si raggiungerà solo quando tutte le forze che possono mobilitarsi raggiungeranno il traguardo e dunque ha poco senso fare a gara per arrivare per primi, perché ciò che conta è il tempo collettivo e non del primo arrivato.
Un importante segnale del fatto che la situazione è sul punto di esplodere è che anche gli esponenti più moderati dei movimenti e dei partiti più moderati si ritrovano a protestare con il governo italiano. Certo, viene spontaneo chiedersi se Pigliaru sia dotato del senso del ridicolo nel momento in cui accenna delle timide proteste nei confronti del ministro della Difesa, chiedendo come elemosina che si sospendano le esercitazioni almeno nella stagione balneare. Posizioni come questa vanno accantonate, spingendo chi le sostiene a prendere atto della realtà e dunque a dichiarasi interamente contrari all’occupazione militare della Sardegna e nel caso questo non sia possibile escludendoli da questo fronte.

Il fronte comune è necessario perché l’antimilitarismo da solo non è sufficiente a liberare la Sardegna dalle servitù. È pur vero che è stato l’elemento dominante di tutte le mobilitazioni popolari e antagoniste  nell’isola, da Pratobello fino agli anni Novanta, ma dev’essere supportato da posizioni che coinvolgano il maggior numero possibile di forze in questa lotta. Bisogna parlare delle implicazioni sanitarie della presenza dei poligoni, bisogna parlare del fatto che costituiscono un blocco dello sviluppo economico, sociale e umano dell’Isola, bisogna convincere pescatori e pastori che ricevono gli indennizzi che questi sono un ostacolo allo sviluppo dei settori ittico e zootecnico in Sardegna e li rendono schiavi di un meccanismo perverso.
UN FRONTE COMUNE CONTRO L'OCCUPAZIONE MILITARE DELLA SARDEGNA
FOTO DI ALECANI

Il fronte comune è necessario perché quella contro le servitù militari è una battaglia fondamentale per quanto riguarda l’autodeterminazione. Non saremo mai liberi di decidere per noi stessi finché vivremo in una condizione di latente stato di eccezione, di potenziale applicazione della legge marziale, di continua minaccia di rappresaglia militare. Le basi militari rispondono nominalmente al ministero della difesa italiano, ma sono in realtà sottoposte agli interessi e alle esigenze della NATO e degli Stati Uniti. L’indipendenza della Sardegna e l’autodeterminazione dei sardi saranno impensabili fino a quando avremo una pistola puntata alla tempia come la presenza di armi, forse non convenzionali, e soldati sul nostro territorio e probabilmente la NATO non accetterà mai un cambio di regime in un’area importante per le sue esigenze strategiche. Per questo non ha senso dividersi: se alcuni indipendentisti vogliono escludere chi non lo è da questa battaglia per paura di inquinarla, sappiano che vincere questa battaglia è il presupposto principale per la liberazione della Sardegna e le battaglie campali, quelle dove si decidono le guerre, vanno vinte a tutti costi. E la storia del Novecento ci insegna che sono i fronti comuni e popolari a vincere, così come accadde contro il fascismo e contro il nazismo, mentre quelli disuniti vengono sconfitti come successe nella guerra civile spagnola.

Le basi saranno cancellate dalla Sardegna solo se sarà una vera lotta di popolo. Questi cambiamenti storici sono troppo grandi per essere decisi nelle stanze del potere e la classe dirigente sarda non ha la forza di imporre niente a quella italiana, che a sua volta non può imporre niente alla NATO  e agli alleati. Dev’essere un’alleanza sociale e politica il più larga possibile a rivendicare la cessazione dell’occupazione militare in Sardegna e deve essere pronta a un livello di scontro sempre più alto, come succede a Niscemi in Sicilia nella lotta contro il MUOS e nella Val di Susa nella lotta contro il TAV. Lo Stato in questi casi non sta a guardare, ma manganella e gasa coi lacrimogeni i manifestanti, militarizza i territori e reprime con la connivenza dell’apparato giudiziario, ma il popolo ben organizzato può mettere con le spalle al muro qualsiasi potere.
Il 13 settembre, data de Sa manifestada natzionale contra a s’occupatzione militare, è un appuntamento importante per iniziare questo percorso. Dev’essere una prima giornata di mobilitazione di una lunga seria e dev’essere seguita a stretto giro da assemblee e momenti pubblici di organizzazione che programmino il futuro della lotta. Dal 14 settembre è necessario che parta un percorso pubblico e condiviso, assembleare e popolare, guidato da un coordinamento delle realtà politiche e sociali aderenti, che ci porti a vincere la nostra battaglia raccogliendo l’eredità della Lotta di Pratobello e dando l’esempio a tutta l’Europa e a tutto il mondo.
Collettivo Furia Rossa
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