L’Università è un cancro

1. Cronaca di uno stupro (?)

Gli avvenimenti bolognesi di quest’inizio febbraio 2017 non possono lasciare indifferenti; ed è difficile anche non averne sentito parlare, tuttavia è mecessario fare una rapida e sommaria cronaca. Dopo mesi e mesi di narrazioni sul degrado del centro bolognese e sulla connessione di questo degrado con la presenza di un certo tipo di studenti universitari, quelli dei collettivi e dei centri sociali, l’università decide di mettere sotto controllo gli accessi a una storica biblioteca della facoltà di Lettere situata al civico 36 della centrale e universitaria via Zamboni. Nella biblioteca potranno entrare solo studenti dell’Università degli Studi di Bologna, la selezione all’ingresso sarà svolta in maniera meccanica e automatica dai tornelli: infili il tesserino, il tornello gira, e tu sei dentro. I collettivi e ovviamente anche gli studenti singoli non ci stanno e in corteo arrivano al 36 e materialmente smontano i tornelli, l’accesso alla biblioteca è di nuovo libero. L’indomani l’università decide di chiudere i battenti del 36, per ripristinare i tornelli, e i collettivi e ovviamente anche tanti studenti singoli non ci stanno: anche stavolta arrivano in corteo e aprono le porte della biblioteca e sapete cosa succede? Succede che un sacco di gente arriva e si mette a studiare, come in effetti accade normalmente in biblioteca. Ma al rettore questo non va bene, ormai è diventata una questione di principio. Sebbene sia evidente che i collettivi (e anche tanti studenti singoli) stanno ponendo una questione politica, cioè l’importanza di garantire l’accesso libero alle biblioteche, il rettore decide di agire come di fronte a un’infestazione di topi, e quindi chiede alla Questura di sgombrare il locale. Ora, ognuno è libero di fare del proprio corpo ciò che preferisce: esistono milioni e milioni di persone al mondo che hanno fantasie sessuali inerenti l’essere stuprati, e capita anche che le realizzino, ma effettivamente non si può parlare di stupro in questi casi, ma della rappresentazione di uno stupro atta a soddisfare le fantasie di un soggetto, in realtà pienamente consenziente nell’atto sessuale. L’ingresso della polizia celere nella biblioteca, armata di manganelli e molto ben disposta ad usarli, è stato violento, senza il consenso di chi si trovava dentro il 36, tant’è che la prima immagine che mi è balzata in mente è proprio quella di uno stupro, una penetrazione non consensuale. Ora però bisogna capire se è stato uno stupro o una rappresentazione atta a soddisfare le fantasie masochiste del rettore dell’Università di Bologna. La questione è importante, perché se la biblioteca appartenesse all’università o agli studenti, questi potrebbero dare il consenso alla polizia per fare ciò che vuole del loro corpo, ma se la biblioteca, e tutti i luoghi di cultura, non appartengono a nessuno in particolare, allora non c’è nessuno che può fornire il consenso, e allora si tratta di stupro.

2. Università e città

L’ospitare una sede universitaria è sempre stato un motivo d’orgoglio per le città. Fin dal medioevo implicava l’arrivo di personalità importanti e intellettuali, rendeva le città universitarie punti di riferimento per le zone circostanti (e nel caso dei centri più grossi, come anche Bologna, per l’Europa intera), fungeva da traino per l’economia locale, etc… Ora le cose sono cambiate, ora la presenza dell’università dentro una città comporta numerosi cambiamenti di ordine negativo. Proverò a fare riferimento alla mia esperienza come studente dell’università di Roma Tre, con gli altri compagni del Collettivo di Scienze Politiche, ci concentrammo molto sull’argomento del rapporto fra Università e Territorio.

In Italia si possono individuare tre modelli urbanistici dell’università pubblica: a) L’università-cittadella, ossia quegli atenei che concentrano tutte le facoltà e i dipartimenti all’interno di un perimetro murato, ma solo alcuni dei servizi di cui necessita lo studente nel corso della sua carriera accademica. L’archetipo di questo modello è la Sapienza; b) L’università-campus, situata generalmente nelle periferie urbane e costruita sul modello anglosassone. In questo caso non solo le facoltà e i dipartimenti sono concentrate all’interno di un perimetro murato (più ampio e più ricco di verde e spazi ricreativi rispetto alle cittadelle), ma anche la maggior parte dei servizi agli studenti (mense, dormitori, case degli studenti, etc.). Questo modello è stato adottato per esempio nell’Università di Tor Vergata; c) L’università diffusa, si tratta del modello prevalente in Italia. In questo caso le università si inseriscono all’interno del corpo vivente delle città e dei quartieri provocando degli effetti rilevanti sulla salute di questo corpo. Roma Tre, fondata nel 1992, apparteneva proprio a questo terzo gruppo. Le facoltà vennero costruite nella zona dei quartieri popolari di San Paolo, Ostiense, Testaccio e Marconi, nel quadrante sud dell’Urbe. Si trattava di realtà popolari, quartieri con un bassissimo costo della vita e con un mercato immobiliare accessibile a chiunque sia negli affitti che nelle compravendite. L’arrivo dell’università sconvolse ovviamente queste realtà, innescando un meccanismo di gentrificazione forse ad oggi non ancora conlcuso, ma che comunque ha mutato ormai definitivamente il volto di queste zone. I prezzi degli affitti sono saliti alle stelle (qualche anno fa, quando studiammo la questione il quartiere San Paolo-Ostiense era il quarto più alto a Roma per prezzo medio degli affitti; il secondo e il terzo, per la cronaca, erano quelli in cui abitano gli studenti fuorisede della Sapienza) comportando l’espulsione di numerosi abitanti storici; le attività tradizionali hanno chiuso lasciando il posto a decine e decine di pizzetterie e paninerie -la cui vita gestionale in molti casi può interrompersi in meno di un anno di attività- a librerie universitarie, a fotocopisterie e a locali notturni. L’Università si impose dunque come il principale attore del mercato immobiliare di Roma Sud e la sua azione ebbe effetti ben precisi e facilmente dimostrabili da chiunque abbia esperienza di urbanistica o geografia: un guadagno considerevole per immobiliaristi e palazzinari, un’occasione di sopravvivenza per alcune categorie e fette di commercianti, la fine per molte altre. La presenza dell’università comporta poi generalmente lo sviluppo di ulteriori progetti urbanistici, spesso a sfondo speculativo o di deturpazione e cancellazione dell’esistente in quanto patrimonio comune e in favore della privatizzazione degli spazi urbani. In generale quando l’università progetta di espandersi lo fa badando agli interessi degli studenti e delle lobby del mattone, ma mai a quelli della città e dei quartieri coinvolti e di chi ci abita.

3. Ghetti all’incontrario

L’Università di Bologna non è assolutamente sola. La tendenza alla restrizione degli accessi agli spazi universitari è diffusa in tutta Italia e immagino anche in tutta Europa; non parliamo degli USA, dove hanno i metal detector, ma quella in effetti è un’altra storia. Proprio l’Università di Roma Tre, sconvolta dal fatto che alcuni abitanti di un campo Rom nei pressi della facoltà di Ingegneria utilizzassero i bagni di quell’edificio per radersi, adottò qualche anno fa provvedimenti sull’accesso tramite badge e il controllo dell’identità dei visitatori. Quello che mi sembra di notare è che la maggior parte degli studenti sia d’accordo con queste pratiche, perché l’importante è studiare, stare tranquilli. È abbastanza inutile che qualcuno elenchi gli episodi di degrado che a suo parere giustificano la restrizione degli accessi nelle università. A parte che tanta gente che dice che i tornelli sono giusti, mi risulta che si ubriachi ai bottellon o alla Sartiglia e non credo che poi si preoccupi di ripulire ogni singola cartaccia che lascia per terra, quindi non è titolata a parlare di degrado. Inoltre i casi di degrado non giustificano la violazione di un principio base, fino a ieri considerato sacrosanto da tutti: le biblioteche e le università sono luoghi di cultura e pubblici, aperti a tutti e che devono irradiare di cultura i territori entro i quali si inseriscono. Niente può impedire che lo restino, perché un singolo passo indietro rispetto a questa conquista risalente alla Rivoluzione Francese potrebbe comportare la rovina di tutto l’impianto della cultura come bene comune. Fino alla Rivoluzione Francese biblioteche e musei esistevano, ma erano privati e ci potevano entrare solo i ricchi e i nobili, cioè gli unici che potevano capire la cultura e ne erano degni, secondo il sistema culturale e mentale dell’epoca. La nazionalizzazione della cultura e della sua esposizione è stato un evento che ha portato alla democratizzazione della stessa, e questo comporta il pericolo che ogni tanto in biblioteca ci entri un barbone e i delicati nasini di qualcuno possano infastidirsi, ma fidatevi, è comunque meglio di un mondo in cui le biblioteche e i musei sono solo collezioni ad uso privato.

Ora come ora la tendenza dell’università è quella di trasformarsi appunto in ghetti all’incontrario, posti in cui un’élite (sì, perché noi che studiamo all’università dobbiamo iniziare a considerarci per quello che siamo, cioè persone più fortunate di molte altre) si rinchiude nei suoi privilegi e nei suoi agi e lascia fuori la città con tutti i suoi problemi, col suo “degrado”, coi suoi “barboni e i suoi zingari e i suoi immigrati di merda”. Tutto questo in nome del diritto degli studenti a studiare in santa pace. Questo processo si inserisce in un contesto generale di compartimentazione delle città, costruzione di confini e muri invisibili tra i quartieri allo scopo di distinguere i cittadini normali, nel pieno de godimento dei loro diritti, e i marginali. Proprio l’altro ieri il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha presentato un inquietante piano per la sicurezza che prevede fra le latre cose l’istituzione del Daspo amministrativo, ossia l’interidizione da certe aree della città per i recidivi di certi reati contro l’ordine e la morale pubblica (vandalismo, spaccio, prostituzione, ma poi perché no? Magari anche i reati politici un giorno?). Si tratta in fondo di dividere le città in parti in cui si può spacciare e parti in cui non si può, di costruire i ghetti all’incontrario, cio nicchie in cui l’accesso è interdetto a chi non è titolato o a chi potrebbe determinare uno scostamento dal livello medio di ricchezza, salute ed educazione del quartiere. Questi ghetti saranno al riparo dalla guerra fra poveri che si svolgerà nella parte restante delle città, la guerra fra migranti e sottoproletariato urbano ispirata e foraggiata dai neofascisti, oppure quella fra polizia e spacciatori, o chissà che altro.

4. L’università è un cancro

E allora forse è il caso di chiedersi che tipo di rapporto abbiano adesso le università con le città. Avere un’università oggi cosa significa per una città? Un mercato immobliare saturato con i prezzi alle stelle, il casino la notte, il traffico, il triplicare della popolazione. Inoltre queste università sono ormai spesso espressione di un mondo del sapere chiuso in se stesso, che ha slacciato ogni rapporto col territorio. Che all’Università di Cagliari si trovi il modo per andare su Marte può sembrare una figata, e in effetti lo è, però mi chiedo quanto non sarebbe importante fare ricerca prima sui modelli di sviluppo di una terra in difficoltà come la Sardegna. L’università in molti casi oggi è un parassita, che per sopravvivere ha bisogno di inserirsi nei tessuti vitali di un quartiere, finendo però per trasformarlo radicalmente a sua immagine e somiglianza. In altre parole l’università deve sottrarre spazi alla città per crescere ed espandersi, ma ora con la tendenza a trasformarsi in ghetto all’incontrario non dà niente in cambio. Si comporta come un virus, come un tumore che prende le cellule sane e le distrugge e ciò che lascia al suo ospite alla fine di tutto è la morte.
Se vogliamo salvare l’Università da se stessa dobbiamo metterla al centro di processi culturali che siano aperti a tutti e rovesciare lo schema per cui il ruolo primario dell’università sia la formazione dei futuri lavoratori (precari) delle aziende privata: perché il profitto di un singolo comporta sempre la perdita di un altro, ma il guadagno della comunità resta sempre il guadagno della comunità. Se l’Università fosse in grado di produrre cultura (e scienza) al servizio della collettività, potreste stare tranquilli che nelle città ci sarebbe molto meno degrado, molta meno povertà e che le biblioteche sarebbero posti tranquillissimi. Invece l’Università ora fa l’esatto contrario: non produce cultura o scienza, ma instilla nozioni negli studenti per renderli dei perfetti lavoratori precari nel futuro o ancora subordina i propri progetti di ricerca agli interessi delle imprese (meglio se multinazionali) e non a quelli della collettività. Quindi le biblioteche a chi appartengono, di chi è il corpo che è stato violentato ieri dalla polizia celere? Di sicuro non del rettore, né del Consiglio d’Amministrazione né del Senato Accademico. Ma se è per quello, non è nemmeno degli studenti, e fidatevi è un bene, perché la maggior parte degli studenti i tornelli li vuole. Quel corpo è della comunità, della collettività, della città e del mondo intero, perché la cultura è un bene comune, e di conseguenza nessuno può rivendicarne la proprietà. E se nessuno può rivendicarne la proprietà quello di ieri è stato stupro, una schifosa violenza perpetrata con i manganelli ai danni della cultura e dell’uguaglianza.

D.P.

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