MOVIMENTI DI LIBERAZIONE NAZIONALE E SOCIALE CONTRO TROIKA E AUSTERTY

Giovedì 26 novembre, ore 18:00, via Angioy 51, Oristano

Una delle caratteristiche principali dell’Europa odierna è l’allontamento dei centri di potere dai luoghi dove il potere viene esercitato. Gli stati nazione usciti dall’Ottocento, che poi hanno funzionato da modello per i nuovi stati nati dopo la locandina26novembre
caduta del blocco comunista, subiscono un processo di svuotamento delle proprie prerogative ad opera di entità sovranazionali quali l’UE, la Banca Centrale Europea e il Fondo Monetario Internazionale. Vedi quanto è successo ai cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), i paesi dove la crisi ha colpito più duro, sottoposti a una dura cura a base di austerità e demolizione delle garanzie sociali. Tuttavia è in corso parallelamente un processo di rielaborazione dell’identità nazionale. Si tratta di un processo con radici antichissime, quali possono essere quelle che spingono una comunità umana a considerarsi nazione, ma le cui fondamenta più recenti si possono individuare nel cosiddetto Revival etnico che è iniziato negli anni Sessanta. Questo processo ha prodotto i risultati più eclatanti in Scozia e Catalogna, paesi dove il percorso verso l’autodeterminazione è arrivato a livelli altissimi, ma ha coinvolto tante regioni europee, fra cui la Sardegna, dove il consenso elettorale alle forze etnoregionaliste è in aumento costante da vent’anni. Esiste un rapporto fra questi due processi? È possibile svolgere una panoramica delle posizioni dei partiti etnoregionalisti europee rispetto alle politiche di austerità? E infine, come può influire il nuovo corso imposto dalle forze della Troika sull’organizzazione e le strategie delle formazioni etnoregionaliste in Sardegna?
Cercheremo di rispondere a queste domande giovedì 26 novembre a Oristano, non con una conferenza, ma con un dibattito che coinvolgerà anche Marco Santopadre, redattore di contropiano.org, e esperto conoscitore sia delle formazioni etnoregionaliste europee, sia dei movimenti anti-Troika.

L’iniziativa è organizzata in collaborazione con Scida – Giovunus Indipendentistas e Fronte Indipendentista Unidu. È un dato importante, perché a nostro avviso è fondamentale che le organizzazioni indipendentiste prendano posizione sulla questione sociale. L’incapacità, o la mancata volontà, di collocarsi a sinistra o a destra con continuità e con chiarezza è stata, per molte organizzazioni dell’indipendentismo sardo, un elemento di debolezza che ha portato tante persone, sebbene interessate alla materia, a scegliere di supportare formazioni che garantissero maggior impegno sul piano sociale ed economico. Affrontare la questione etnica come se non avesse alcun rapporto col piano politico e sociale, è un comportamento tipico del nazionalismo di destra, quello del razzismo e dell’oscurantismo. Noi riteniamo che i due piani siano strettamente intrecciati, e che la liberazione nazionale e quella sociale, siano due facce della stessa medaglia: colonialismo e capitalismo non si possono sconfiggere uno alla volta. Non vogliamo una Sardegna indipendente po’ debadas, la vogliamo libera da ogni forma di oppressione.

E se ci allontaniamo dal piano teorico e ideologico, per scendere su quello pratico e tattico, possiamo notare come ciò che diciamo non è campato per aria. Quanto successo alle ultime elezioni comunali di Barcellona, dove gli indipendentisti di sinistra hanno subito un grosso calo di consensi a vantaggio della coalizione formata, fra gli altri, da Podemos e dal locale movimento di lotta per la casa, rappresenta un’importante lezione. La sinistra indipendentista è stata punita dagli elettori per aver sacrificato per tanti anni, in nome della santa alleanza con la destra indipendentista, le lotte sociali. L’impoverimento e la crisi abitativa sono state trascurate, per mantenere l’accordo con la destra indipendentista. Quest’ultima continuava a imporre politiche di austerità, mentre le due forze insieme proseguivano nel percorso verso l’autodeterminazione. Alla fine tanti elettori hanno scelto di sostenere quelle formazioni che, mettendo da parte il piano della questione nazionale, fornivano una risposta politicamente solida su quello della questione sociale. Il fatto è che è difficile pensare all’indipendenza, se la prospettiva rimane quella dell’oppressione capitalista.

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